23 maggio 2020 - 11:59

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La graduatoria della ventitreesima edizione del concorso letterario nazionale organizzato dall'Ammi (Associazione mogli medici italiani) comprende anche due studentesse del liceo Galilei. Eleonora Galluzzo, della 5aH del liceo scientifico, risulta sesta classificata su 154 partecipanti, mentre Sarah Abdalla, anche lei della 5aH, si è piazzata al diciassettesimo posto.

Il bando del concorso chiedeva di scrivere un testo sul tema: «Chi non legge, a settanta anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'Infinito. Perché la lettura - come ha scritto Umberto Eco - è un'immortalità all'indietro».

Rendere il mondo un'immensa biblioteca

Eleonora Galluzzi

Mi decido ad aprire la porta. Inserisco la chiave, ormai arrugginita, nella toppa. Faccio un po’ di fatica ma, alla fine, riesco nel mio intento. Un’ondata di profumo di lavanda mi colpisce in pieno viso. Nonostante siano passati anni, l’odore è rimasto lo stesso. Chiudo la porta dietro di me e percorro il corridoio. Arrivo finalmente nello studio: l’enorme libreria mi guarda dall’alto dei suoi dieci ripiani. Mi sento stizzita e arrabbiata. Perché tutti i lavori più noiosi (e faticosi) a me? “Ormai hai raggiunto la maggiore età e sarebbe bene che aiutassi tua madre in qualche faccenda. Non trovi Elisa?”: certe volte mia mamma non la capisco proprio! Gli acquirenti dell’appartamento ci avevano chiesto di sgombrarlo completamente: la loro intenzione era quella di trasferirvi i mobili della loro vecchia casa. E ora, tocca a me iniziare dalla piccola biblioteca. La osservo… presuppongo ci siano almeno tre mila libri lì dentro. Faccio scivolare un dito sul legno di mogano, ormai tutto impolverato. Chissà quanto tempo mi ci vorrà per svuotare il tutto! Mi siedo su una poltrona pouf, di un rosso sbiadito, e cerco di prepararmi psicologicamente al lungo lavoro che mi aspetta. Dopo qualche minuto, passato a guardarmi intorno, decido di mettermi all’opera. Guardo gli scaffali più alti, “devo iniziare proprio da voi, ma come ci arrivo lassù?... giusto! La scala!”. Mi dirigo fulminea verso lo stanzino, apro la porta e degli scatoloni mi piombano addosso. Ah, che disordine! Mentre cerco la scala, mi salta all’occhio un peluche. “Toby!” - urlo. Velocemente raccolgo il mio orsacchiotto. Ecco dove era finito in tutto questo tempo! L’avevo dimenticato a casa della nonna! Lo pulisco un po’ dalla polvere e poi me lo stringo al petto. Quante volte ci avevo giocato insieme alla nonna! Ah… la mia cara nonnina… Troppi ricordi mi riaffiorano alla mente. Risoluta, prendo la scala ed esco dallo stanzino.

“Ecco, così, perfetta!” – grido dopo aver posizionato correttamente la scala a lato della libreria. Salgo i gradini, che scricchiolano ad ogni mio passo. Giunta in cima, prendo i primi libri e li lancio a terra. Un tonfo sordo echeggia nella stanza. Forse non avrei dovuto lanciarli. Decido di prendere quanti più libri possibili, scendere e adagiarli sul pavimento. Anche se dovranno finire in un cassonetto dei rifiuti, non mi piace l’idea di maltrattarli. Continuo con il saliscendi per almeno un’ora. “Perché buttare tutti questi libri?” – è la domanda che mi assilla la mente. È davvero uno spreco… una vergogna. Se la mamma non vuole conservarli in casa nostra, perché effettivamente non c’è il posto materiale, potrebbe almeno donarli a qualche biblioteca. E invece no, era stata molto ferma nella sua decisione. Non aveva tentennato. Aveva ragionato a mente fredda… o almeno così mi sembrava. Aveva obbligato me, però, a svolgere questo compito. Quindi, in un certo senso, se ne era lavata le mani. Toccava a me eliminare tutti quei libri… ma perché?

Proseguo nel mio lavoro per un altro paio d’ore. Dall’alto della scala guardo giù. Un mare di libri mi fissa. Mi sento colpevole. Non è degna la fine a cui sono condannati. Proprio mentre sono immersa in tali pensieri mi capita tra le mani Fahrenheit 451, romanzo di Ray Bradbury. Mi sembra di essere come quegli orribili pompieri, "la milizia del fuoco", che non spegnevano gli incendi, bensì bruciavano i libri, in quanto la lettura era proibita. Libri bruciati e libri gettati in un bidone… quale la differenza? Nessuna mi pare. Se prima era vietato leggere, per motivi religiosi ma soprattutto politici, ora siamo noi stessi a decidere di non leggere o a liberarci facilmente dei libri perché li consideriamo noiosi. Quante volte mi sono lamentata se la mia insegnante di italiano mi consigliava libri da leggere per l’estate? Tante, tante volte. Fin dalle scuole medie. Che grande errore… errore che credo la maggior parte degli studenti commetta. Ma non solo i ragazzi… anche gli adulti, ovviamente.

Un senso di vertigine e di nausea mi assale. Scendo la scala, tenendo il libro stretto in pugno. Mi risiedo sulla poltrona sofà e chiudo gli occhi. Essermi immedesimata negli antagonisti di Guy Montag, protagonista del libro, mi ha provocato un grande disgusto. Riapro gli occhi, e accarezzo con la punta delle dita la copertina, ormai sgualcita, del libro. Chissà quante volte la mia nonnina l’avrà letto. E quanto ribrezzo avrà provato nel corso della lettura. Prendo il libro e lo poso per terra, insieme agli altri. Li guardo e comprendo che no, non posso far loro una cosa simile. Continuo a svuotare la libreria; non manca molto. Una volta terminato il lavoro, avrei parlato con la mamma e avremmo deciso insieme cosa fare di tutti quei libri. Ma sicuramente mi sarei opposta con forza all’ordine di gettarli via, come se fossero dei rifiuti, come se non avessero alcun valore.

Mi mancano gli ultimi tre scaffali in basso. La scala non mi serve più. Vado a posarla. Rivedo Toby. Lo prendo e lo porto nello studio con me. Non voglio lasciarlo lì al buio. Lo adagio sul pouf e mi accingo a liberare gli ultimi ripiani.

Un libro desta la mia curiosità. Lo apro e inizio a sfogliarlo velocemente: è pieno di foglietti, forse appunti, datati 1958. La nonna doveva avere all’incirca la mia età quando l’avrà letto. Leggo sulla copertina il titolo e l’autore, scritti a caratteri gotici: Lancillotto – di Chrétien de Troyes. Doveva essere proprio una romanticona la mia nonnina! Chi non conosce l’illecito e tragico amore tra Lancillotto e Ginevra! E, se la memoria non mi inganna, anche il celebre Dante cita la loro (dis)avventura amorosa nell’Inferno, della Divina Commedia. Un romanzo cortese così avvincente… e sentimentale.

Mi siedo sul pouf accanto a Toby e riapro il libro. Linee rosse sottolineano le frasi che, probabilmente, avevano catturato l’interesse della nonna: “E l’adora, ed a lei s’inchina, perché non c’è reliquia a cui creda più”. E ancora, appunti scritti di getto, con una spudoratezza pudica, tipica degli adolescenti, a commento della notte d’amore fra Ginevra e Lancillotto.

Leggere queste brevi e appassionate annotazioni mi aveva fatto sentire incredibilmente vicino alla nonna.

Ecco mostrato il potere dei libri. Ti fanno viaggiare attraverso la storia, attraverso secoli oppure anni. Ti fanno rivivere le emozioni che altre persone, come te, hanno provato leggendo gli stessi passi. Non sono “libri usati e vecchi”, come afferma la mamma. Io li definirei più “libri vissuti”. Sì, vissuti, perché raccolgono i segreti di molte vite. Grazie alle loro pagine segnate dal tempo e impregnate delle emozioni, risate e lacrime dei precedenti proprietari, diventano oggetti letteralmente magici. Tutta la libreria della nonna è magica. E un bene così grande deve solo essere condiviso, e non dimenticato.

Ora la libreria è vuota. Priva di senso. Perché mamma preferisce così? Forse comincio a capire. È più facile dimenticare se non si hanno oggetti che fanno ricordare. E i libri per la nonna erano tutta la sua vita.

Quando se n’è andata, io ero solo una bambina, avevo appena cinque anni. È vero che non posso ricordarmi molto di lei, ma un’immagine mi è sempre rimasta in mente. La nonna seduta su quel pouf rosso mentre leggeva, con gli occhiali appoggiati sulla punta del naso. Sorrideva immersa nella lettura. Io volevo giocare. Le ero saltata addosso sventolandole Toby davanti al viso. La nonna aveva riso, mi aveva messa seduta sulle ginocchia e aveva iniziato a leggere. La sua voce era così melodiosa, mi aveva incantata. Poi era arrivata la mamma. Era arrabbiata, infastidita. Gridava alla nonna che doveva smetterla di leggere. Che doveva pensare a sé stessa. Che doveva vivere nel presente e non in un mondo immaginario. Io ero spaventata, avevo le lacrime agli occhi. Guardavo la nonna che era stranamente calma. Con voce tranquilla rispose che lei aveva compiuto la sua scelta. Vivere migliaia di vita, piuttosto che solo una. Ed era felice così. Aveva vissuto nei panni di Ginevra, di Jo March di Piccole donne, di Mirandolina de La locandiera, di moltissime donne ed eroine della letteratura italiana e straniera. Aveva vissuto molte più avventure di quanto le sarebbe stato possibile in una sola vita. Ed era felice così.

La mamma si è tenuta sempre lontana da quei libri, che avevano solo reso migliore la vita della nonna. Leggere era molto di più di una passione per lei. Leggere ti apre la mente, ti fa sognare, ti fa anche scappare da un mondo in cui fai fatica ad andare avanti. Leggere non significa vivere, ma è uno dei migliori modi di sentirsi vivi.

Le lacrime mi bagnano gli occhi. Le lascio scivolare sulle guance, per poi asciugarle con la manica della maglia. Ora, capisco molte cose. Capisco il comportamento della mamma e anche il motivo per cui ha affidato a me questo compito. I ricordi fanno male. Molto male.

Ci vuole forza per affrontarli. E la mamma non l’ha ancora trovata. Tuttavia, credo che quella spinta in più che le serve gliela possa dare io. Se mi ha imposto questo lavoro, il motivo è sicuramente questo. Affrontare la realtà è difficile, ma in due tutto appare più semplice.

Rivolgo lo sguardo alle pile di libri disposte sul pavimento. Libri non sfogliati da anni… libri che devono tornare a vivere. Una parola mi illumina la mente: bookcrossing. Ne avevo sentito parlare qualche mese fa in un servizio televisivo. Si tratta di una moderna pratica di lasciare alcuni libri in delle cassette apposite, affinché possano essere presi in prestito da chiunque voglia e, una volta letti, lasciati proseguire nel loro viaggio. Mi aveva da subito affascinata questa idea, e ora credo di aver preso una decisione.

La prossima casa dei libri della nonna sarà una graziosa casetta di legno immersa in un sentiero in montagna, oppure una vintage cabina telefonica vicino alla fermata degli autobus o ancora il tavolo di un accogliente bar.

L’importante è rendere il mondo un’immensa biblioteca.

Libri condivisi. Libri in libertà. Libri che ritornano a vivere.

Il mondo che non puoi vedere è tra le pagine di un libro

Sarah Abdalla

“La lettura è un’immortalità all’indietro”, così scrisse Umberto Eco, ma che cos’è la lettura? Forse la domanda che ci dovremmo porre è un’altra: cosa spinge l’essere umano a dedicarsi alla lettura?

La scrittura nacque fondamentalmente per diffondere informazioni che avessero valori universali come, per esempio, le leggi e per evitare che la morale dell’azione umana venisse soggettivizzata. Dunque, in primo luogo, la lettura è uno strumento di conoscenza.

Successivamente nacquero i poemi epici e le favole, e noi ci soffermeremo su quest’ultime. Parliamo, per esempio, di Fedro.

Fedro era un liberto di madre lingua greca, attualmente noto per le sue favole, che si dedicò all’insegnamento nelle scuole. È proprio nell’attività di insegnante, incoraggiando i propri studenti a leggere le sue favole, che Fedro promosse la lettura. I suoi componimenti venivano usati per educare i giovani. Leggere significò apprendere, imparare e riflettere su sé stessi.  Tale riflessione portò all’esplorazione, da parte dell’essere umano, della propria interiorità. L’uomo iniziò così, non solo a dare un valore ai propri sentimenti e alle proprie emozioni, ma anche a divulgarle. Permettere ai lettori di vedere la propria anima divenne una delle prime intenzioni dello scrittore. Oggi leggiamo per provare paura, tristezza, odio, amore, gioia, invidia, nostalgia e qualsiasi cosa che per solo un istante possa farci sentire vivi, umani.

Se la scrittura è una forma d’arte, la lettura lo è ancora di più. Si dice che talvolta Machiavelli si preparasse alla lettura abbigliandosi secondo la moda dell’epoca dell’autore che intendeva leggere e apparecchiasse per due. Un modo insolito per immedesimarsi nei panni dello scrittore, ma allo stesso tempo efficace. Ci dovremmo tutti riconoscere nei suoi gesti poiché noi, gente del terzo millennio, nonché figli dell’esistenzialismo, ci dedichiamo alla lettura perché sappiamo benissimo che leggendo possiamo uscire dalla nostra coscienza e trasferirci nella coscienza di un altro.

Leggere significa ricordare, chi siamo, chi eravamo, cosa abbiamo fatto, chi faceva parte della nostra vita e che ora non c’è più. È proprio vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Le parole sono la loro luce. Le parole del diario di bordo del nostro trisavolo, quelle incise su una lapide o quelle di un messaggio nel nostro telefonino sono i sentieri, per i nostri ricordi, del nostro essere. Quando leggiamo i ricordi scritti nei diari dei nostri avi li interiorizziamo, facendoli diventare i nostri stessi ricordi. Grazie alla lettura non solo viviamo la nostra vita, ma anche quella degli altri. Diventiamo così esseri aventi infinite vite, ma tutte finite. Forse intendeva questo Hegel quando parlava della tesi della risoluzione del finito nell’infinito.

 Scripta manent, verba volant. Tutto ciò che è scritto ci costringe a realizzare e a comprendere le forme della realtà in cui viviamo. Certo possiamo bruciare un libro, distruggere un pezzo di pietra o eliminare un messaggio affinché i nostri occhi non leggano più le parole che vi sono scritte, ma non possiamo cancellare quelle scolpite nel nostro cuore. Leggendo possiamo accettare e solo accettando possiamo guarire.

Scrivendo facciamo conoscere la nostra anima agli altri, leggendo conosciamo la nostra, conoscendoci impariamo ad amare noi stessi e all’improvviso ci accorgiamo che le pareti della casa che i condizionamenti della nostra mente ci obbligavano ad abitare ogni giorno non sono altro che le pagine bianche di un libro che non aspetta altro di essere letto. È incredibile fino a che punto i nostri pensieri ci facciano sentire sensibili, insensibili, vulnerabili, invulnerabili, deboli e forti. Siamo tutti così fieri e orgogliosi della nostra individualità che spesso non ci accorgiamo di quanto siamo influenzabili. I libri ci cambiano, ma che sia in meglio o in peggio dipende solo da noi. Privare l’uomo della lettura significa privarlo della propria libertà. Non a caso uno dei principali provvedimenti che si prendono durante una dittatura è la censura dei romanzi che potrebbero muovere nei cuori dei cittadini sentimenti di ribellione e dare vita, così, a un moto rivoluzionario. Fortunatamente nel corso della nostra storia alcuni astuti personaggi della letteratura italiana, come, per esempio, Alessandro Manzoni, sono riusciti a evitare la censura delle proprie opere semplicemente ambientando i loro romanzi in epoche antecedenti alla propria. Dunque, come abbiamo visto, prendersi gioco delle menti di coloro che non leggono non risulta essere un’impresa poi così tanto ardua e questo i dittatori lo sapevano benissimo.

La lettura non serve solo a conoscere se stessi ma anche a conoscere gli altri, le persone con cui ci relazioniamo. Le parole scritte da dietro lo schermo di un telefonino o quelle scritte su un pezzo di carta rivelano tante parti sottili di un individuo, che, magari, credevamo di conoscere, di cui non avremmo neanche lontanamente creduto l’esistenza e, quindi, ci accorgiamo di quanto ci stessimo sbagliando. È affascinante quanto possa essere complessa la personalità di un uomo. Basti anche solo pensare quanto la calligrafia possa raccontare di una persona. Tutto ciò che scriviamo rivela un aspetto della nostra anima che spesso cerchiamo di nascondere al mondo. Per questo esistono i diari segreti e, quando qualcuno se ne impossessa, un sentimento di paura e angoscia pervade i nostri cuori e li tormenta. Scrivere non è come dipingere. Di un dipinto noi possiamo decidere quanto e cosa mettere di noi stessi, cosa mascherare, ma quando scriviamo ci sfugge sempre qualcosa, tutto può essere visto e interpretato anche solo dalla posizione di una virgola. Leggendo e scrivendo noi ci nascondiamo da una parte di noi stessi.

Grazie alla lettura non siamo più prigionieri dei limiti dei nostri pensieri. Ogni volta che ci caliamo nella mentalità del personaggio di cui stiamo leggendo le gesta come, per esempio, quella di un avido mercante, di un’eroina, di un traditore o di un saggio, non ritorniamo mai in noi stessi; a volte ci sentiremo ispirati, altre arrabbiati, ma in ogni caso più ricchi. Leggiamo per non sentirci mai più sconfitti, perché gli occhi di coloro che leggono sono gli stessi di quelli che vincono sempre. Grazie a questa nostra esposizione scopriamo la natura dei nostri pensieri e capiamo di essere singoli, ma non soli. 

Quando leggiamo ci rapportiamo con il nostro genio, ovvero, entriamo in contatto con la parte più profonda e autentica di noi stessi e, quindi, ci accettiamo. Accettando noi stessi, accettiamo anche gli altri. Leggiamo per non avere più paura. La lettura è il siero che guarisce l’uomo dalla xenofobia, poiché la paura dello straniero non è altro che una manifestazione della paura di se stessi. È dunque ora evidente un ulteriore motivo per cui leggere sia così importante; la lettura è un mezzo di interazione sociale. Leggendo si ha contatto con la parte più sottile della società.

Che cosa unisce un popolo?  È forse la cultura? Il colore della propria pelle? Il sangue? Le storie. La storia è ciò che ci accomuna e se non avessimo avuto la possibilità di leggerla, oggi l’essere umano, artefice com’è della propria distruzione, non esisterebbe. Grazie alla Storia possiamo ricordare i nostri errori affinché non vengano commessi un’altra volta. Serve a tutelarci. Un esempio eclatante è quello del nazismo. Già oggi, nonostante le prove schiaccianti, le fonti e i documenti che testimoniano tale accaduto, c’è ancora chi ne nega l’autenticità. Se non esistesse la scrittura e la lettura e, quindi l’esistenza di codesti documenti, nessuno crederebbe mai che l’uomo abbia toccato il fondo di tale atrocità e crudeltà. Sotto questa luce la lettura si presenta come il mezzo principale per l’infinita progressione morale dell’uomo.

La lettura non solo ci permette di conoscere la storia dell’esistenza dell’uomo nel mondo, ma anche la storia dell’esistenza dell’uomo prima del mondo. Oggi sappiamo che siamo figli delle stelle, che le polveri prodotte dalla loro morte hanno creato il nostro pianeta e la vita su di essa, perché qualcuno è riuscito a leggere il cielo per mezzo di un altro tipo di scrittura: la matematica. Grazie alla lettura di codesto linguaggio riusciamo a comprendere le leggi fisiche che governano il mondo. Quindi leggere è anche il mezzo per l’infinita progressione logica-intellettuale dell’uomo.

Ed ecco che la lettura si presenta come una madre che ci nutre con infiniti frutti, ognuno unico ed essenziale per la nostra crescita, ed è sempre presente in qualsiasi momento. Non ci cerca, non ci obbliga a venire da lei, è semplicemente sempre a nostra disposizione, in ogni singolo istante, ad ogni nostro passo e ad ogni nostro respiro e la strada per recarsi da lei è un sentiero breve, a senso unico e privo di tornanti. Basta aprire un libro e iniziare a leggerne le pagine, le parole.