23 maggio 2020 - 11:47

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Sharon Fera e Michela Lardo, studentesse della 5aH del liceo scientifico, hanno ricevuto un riconoscimento per la loro partecipazione al concorso letterario regionale organizzato dalla onlus "Tazzinetta benefica" di Milano.

Il premio, giunto alla sedicesima edizione, quest'anno non ha assegnato piazzamenti, visto che non è stato possibile organizzare una cerimonia di consegna dei titoli, ma ha diviso i partecipanti in fasce di livello. Sharon Fera è stata inserita tra gli undici studenti della fascia "ottimo" («Elaborati svolti in modo ottimale, con linguaggio fluido e appropriato, conoscenze storico-psicologiche, profondità di pensiero e originalità d'impostazione»), la più alta prevista, mentre Michela Lardo fa parte dei 27 della fascia "distinto" («Elaborati che trattano un argomento piuttosto difficile, in maniera comprensibile, esponendo concetti logici con correttezza sintattica e grammaticale»), che è quella immediatamente successiva.

Il tema scelto per l'edizione di quest'anno era: «Il sogno europeo, nato per superare diffidenze e pregiudizi tra i popoli, attraversa un momento di difficoltà. Con uno sguardo alla realtà presente ma anche e soprattutto al futuro, esprimete la vostra opinione, non dettata da ideologie o simpatie politiche di destra, di sinistra o di centro, bensì da una seria riflessione come fosste voi ad avere la responsabilità delle sorti dell'Italia e dell'Europa».

Qui sotto è possibile leggere i testi di Sharon Fera e Michela Lardo.

Un po' bambini

Sharon Fera

Accidenti quanto è grande l’ufficio. E chi se lo immaginava? Manco ci arrivo alla scrivania tra un po’. Ma poi è comodissima questa poltrona, e ha pure i contorni dorati. Mica come quelle sgangherate traballanti sedie di legno di scuola. Felicissimo di non dover fare più i compit- «Ministro! Ministro Martino! Scusi se la disturbo, so che è appena arrivato ma… servirebbe che apponesse giusto qualche firma, ecco…». È Andrea, uno di quelli che lavoreranno qui con me a Palazzo Chigi, ha detto di essere il Viceseg- nono, Sotto, ecco Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio -che nomi lunghi e difficili-; mi pone una dozzina di fogli davanti. «Grazie Andrea, te li porto appena ho finito.» Mi sorride e se ne va chiudendo la pesantissima porta. Inizio a firmare. Ci metto quasi mezz’ora ma almeno ho scritto il mio nome in corsivo perfetto proprio come mi ha insegnato la maestra Carla. Dieci Tino!

Questo pomeriggio conoscerò i miei compagni, gli altri Ministri. Mi portano in una sala chiamata “del Consiglio dei Ministri”: c’è una grande tavola rotonda al centro che, appena ci sediamo tutti, mi fa sentire re Artù coi suoi cavalieri. Mi fanno un sacco di domande e a volte usano termini difficilissimi che non capisco nemmeno -“qual è il suo orientamento geo-politico signor ministro? Cosa ne pensa delle ultime vicende del Golfo? Come pensa di ridurre il deficit pubblico in modo da raggiungere il pareggio di bilancio e rientrare nei parametri europei? Aumenterà il gettito fiscale?” e via dicendo, un incubo. Però tutto sommato sembrano simpatici. C’è anche il mio nuovo amico Andrea, il Sottosegretario di eccetera eccetera, che scrive tutto e ascolta le mille cose che gli dicono i Ministri, però sembra non decida niente. La riunione finisce abbastanza velocemente, e così anche il mio primo giorno. Niente male.

Secondo giorno. Il copione è più o meno lo stesso, sto in ufficio, firmo carte, incontro gente, domande impossibili, firmo e ancora firmo. Spero sia solo perché sono all’inizio, dato che mi sono già stufato. Tra una scartoffia e l’altra rompe la monotonia Andrea che entra e mi porta…una pila di libri e fogli alta circa come me! Mi dice che devo studiarli tutti, che non sono nemmeno un briciolo delle conoscenze necessarie a guidare un Paese, ma che per cominciare possono andare. Non so se essere felice perché almeno faccio qualcosa di diverso da scrivere a rotazione il mio nome, o se mettermi a piangere, era meglio la scuola!

Ci sono un sacco di cose strane e difficili, che mondo complicato quello dei grandi! Ho letto cose come debito pubblico, tasso di disoccupazione, mafia, immigrazione, politica verde, Unione Europea, e a dire la verità non ci ho capito niente. Forse chiedere ad Andrea potrebbe essere una buona idea: saprà sicuramente spiegarmi qualcosa. Busso alla porta del suo ufficio: «Ciao Andrea, ti posso chiedere una cosa?» «Certo Ministro» «Ecco, io stavo cercando di studiare le cose che mi hai dato ma…c’è qualche parola che non conosco…potresti, ecco, aiutarmi? Per favore?» «Mi faccia vedere». Tiro fuori la lista che ho scritto e Andrea fa una faccia che fa troppo ridere! Sono 5 fogli interi ma non è colpa mia! E ho letto anche poco perché mi sono subito stufato, opsss! Mi dice di mettermi comodo, interrompe quello che stava facendo e inizia dalla prima: «Il debito pubblico. Allora: per erogare dei servizi l’Italia deve spendere dei soldi, ma non sempre li ha. Quindi deve chiederli in prestito a banche, altri Stati,» rallenta «o alla stessa Europa… e sa, signor Ministro,» dice facendo una faccia strana guardandosi intorno e muovendo le dita quasi come se fosse un polipo «non sempre l’Europa presta denaro in modo eguale ai diversi Stati… È una questione di rating sì, o meglio, spread.» Che? «È questo spread che ha creato le tensioni di cui tanto ha sentito parlare di questi tempi.» sgrana gli occhi. Ma quali tensioni? «Tensioni con la Germania, la Grecia… Tensioni con l’Europa…gli altri Stati alzano gli interessi… insomma tutta una questione di tensione. E fosse l’unica…» fa una breve pausa fissando il vuoto e io sono solo più confuso di prima. Scuote la testa come se prima stesse sognando. «Comunque dicevamo: al momento l’Italia non ha sufficienti soldi per i servizi, e non li ha per tante ragioni… le entrate che derivano dal gettito fiscale non sono sufficienti a coprire le esigenze finanziarie, e questo è aggravato dall’evasione fiscale.» Non posso chiedergli di spiegarmi anche questi termini, farò finta di capire «Inoltre spesso si spende più del dovuto, soprattutto nel finanziamento delle opere pubbliche ad esempio» Finalmente qualcosa che capisco «Ma perché si spende piú del dovuto?» «Eeeh… perché a volte il costo reale risulta essere maggiore di quanto previsto; altre in breve derivano dal fatto che si concedono appalti, favori, in cambio di voti». Quindi noi dobbiamo chiedere i soldi agli altri e creare tutte quelle tensioni, solo perché alcuni vogliono farsi votare? «Ma non mi sembra molto giusta questa cosa Andrea» «signore, ormai la corruzione è una realtà accettata. Certo va limitata, ma gli uomini ecco, gli uomini sono corruttibili.» «E perché lo sono?» «Beh, perché? Perché?» credo ora lo stia chiedendo più a sé stesso «Perché l’uomo è egoista. Vuole potere, soldi; vuole di più» «Anche se è scorretto o significa fare del male agli altri?» «Beh… sì… insomma,» farfuglia a bassa voce delle parole in una lingua strana: “mors tua, vita mea”. Non mi convince, non mi convince per niente. Tutto questo patatrac di tensioni e parole difficili ci sono perché le persone sono egoiste? Non può essere vero: all’asilo quando volevamo giocare da soli con tutte le macchinine ci dicevano sempre di non essere egoisti di condividerle, di non nasconderle, di non scambiarle nemmeno con la merenda; ci dicevano di dividerle ugualmente tra noi e giocare insieme, senza escludere nessuno. E alla fine giocando tutti insieme costruivamo la città gigante dove farle correre, le gare funzionavano molto meglio e ci divertivamo il doppio che da soli. Non ci credo che i grandi, proprio quelli che ce l’hanno insegnato, non lo hanno imparato. Forse, lo hanno solo dimenticato?

Su quella lista ci stiamo per giorni e in pratica è esattamente come andare a scuola, anzi molto più faticoso.

Oggi ho letto l’Unione Europea, ma in realtà tante cose le sapevo già perché le abbiamo studiate l’anno scorso, in quinta elementare. Allora: nasce come CECA, poi diventa CEE, CE e infine UE, che adesso è composta di 28 Stati. La maestra Carla ci aveva detto che “è un’unione forte e coesa di Stati, che lavorano sempre insieme e in dialogo: prima solo sulle questioni economiche, per le quali è nata, poi anche per il progresso scientifico e tecnologico,” -cosa c’era poi? Ah sì- “diminuire le differenze socionomiche, o socioconomiche -non mi ricordo più devo rileggerlo-… ma soprattutto per non fare più la guerra e vivere sempre bene insieme e in pace!” -questo è facile e bello me lo ricordo bene!- “E per superare i pregiudizi tra i popoli, gli stereopiti, e garantire a tutti i loro diritti! C’erano quelli dell’uomo…dei bambini… e la libertà: di pensiero, di religione, di lavorare, di viaggiare. La solidarietà!

Però non avevo ben capito una cosa: chi è l’Unione Europea? Cioè, non è uno Stato, però è tutti gli Stati. Però ha una sede, in uno Stato. Mmm… «Vede Ministro, il sogno europeo, come dice la parola stessa, non è qualcosa di realmente concreto e tangibile, non ha confini definiti o un vero e proprio capo: il sogno europeo è persone. Sì, con leggi, con apparati burocratici, formali confini per tutte le questioni economiche e politiche, ma è prima di tutto un’Unione, una Comunità -o si chiamerebbe ancora CECA-. È persone.» Mi vede ancora perplesso: «È come… una bella fanciulla!» «Una bella fanciulla?” «Esatto. Una ragazza bellissima le cui parti del corpo sono gli Stati. Lei è tutte le parti del corpo e se tutte funzionano bene lei riesce a vivere alla perfezione e ad essere felice, invece se una si ammala o non funziona bene, la fanciulla starà male, s’indebolirà, e di questo ne risentiranno anche tutte le altre parti. Come quando prendi il raffreddore, allora poi ti viene mal di testa, la febbre, sei stanco, non riesci a fare bene le cose, le gambe fanno il doppio della fatica a correre…Insomma hai capito?” «Sì, credo di sì».

Bene, il prossimo argomento è l’immigrazione degli ultimi anni: insomma quelli che arrivano con quelle barche grandi in Italia. Ho letto che vengono accolti da tanti volontari negli hotspot e nei centri di prima accoglienza, che dopo li portano i centri chiamati “SPRAR”, anzi ora “SIPRIOMI” credo, dove vengono loro assegnati un alloggio e attività per integrarsi, come studiare e lavorare. Ed infine vengono smistati nelle varie regioni. -Ecco da dove veniva Nadira! A gennaio della quarta elementare è arrivata che non sapeva quasi nemmeno una parola di italiano, le maestre ci hanno detto di aiutarla e coinvolgerla nei giochi. Ora siamo molto amici e a scuola è decisamente più brava di me, soprattutto in matematica!-

Comunque sembra un sistema semplice a leggerlo, ma non credo sia realmente così. Ci sono tante cose che non ho ben capito in realtà. E il modo migliore per capire come funziona il videogioco di cui tanto ti parla il tuo amico a scuola…è giocarci! Dunque… «Andreaaa» corre nel mio ufficio. «Fai le valigie amico, partiamo!» «Cosa??».

«Ministro la sua è un’idea assurda glielo ripeto. Il suo posto è in ufficio a studiare e gestire i documenti, nella Sala del Consiglio dei Ministri e nelle Sale dei Primi Ministri degli altri Stati» «Ma che dici Andrea! Come puoi risolvere i problemi della gente se non sai nemmeno come vivono? Certe cose non si studiano sui libri! E non lo dico solo perché non avevo più voglia di leggere tutte quelle parole incomprensibili, affatto!». Sono proprio curioso, in realtà penso davvero quello che ho detto, e non vedo l’ora di parlare con tutti quelli che incontreremo!

«Quindi siamo arrivati al primo hotspot, come la Lei richiesto Ministro: benvenuto nella splendida isola di Lampedusa.» Wow. Bellissima. Poi, da quanto tempo non vedevo il mare! Mi mancava. Odore di salsedine, di sabbia, sole e spensieratezza. Sapore di pesce, gelato, anguria e succo! «Presto Andrea, andiamo subito al Centro!»

Ci accoglie una ragazza molto sorridente e giovane, Elisa, sulla ventina, avrà l’età di mia sorella. È gentile e ci accompagna per tutto il Centro. Andiamo nelle aule dove i ragazzi, ci dice, imparano l’italiano e le normative per stare in Italia, oltre ai loro diritti. Il resto non lo ho ben sentito, ho visto un ragazzo e sono corso a parlargli: «Ciao! Parli italiano?» «Ciao, sì, più meno.» «Io sono Tino! Tu come ti chiami?» «Io m-mi chiama Khaled» «Da dove vieni?» «Niger. E sono in Italia da tre messi, e è molto bella ma, mio sogno è andare a Germania.» «Oh è bella la Germania! Sono stato a Berlino con la mia famiglia, è molto bella.» Mi sorride un pochino, poi china il capo e fa per andarsene. «Ei aspetta. Dove sono i tuoi amici?» «Miei amici? Io non, non so se io ho amici. Però ci sono tante ragazzi qui. Dopo lezioni di solito usciamo a giardino e giochiamo calcio.» «Uh ti prego andiamoci non ci gioco da un sacco!» mi manca giocare coi miei amici al campetto dopo scuola. Si univano tutti i rioni nelle partite. «Però non conosco bene ragazzi. Tanti lingua diversa e italiano ancora difficili.» «Poco importa quando devi giocare insieme a pallone.» Gli sorrido. Quando arriviamo ci sono davvero dei ragazzi che fanno due tiri e chiediamo di unirci. Non servono tante parole, eppure riusciamo benissimo a fare due squadre e giocare. Poi quando giochi la squadra si fa da sé: obiettivo, vincere; modalità per raggiungere l’obiettivo, per forza essere compagni!

Non correvo così da tanto, ho perso un po’ della mia bravura. Khaled invece è bravino, ma Aamir è veramente un fenomeno! Dopo la partitella abbiamo parlato come potevamo, un po’ a parole, un po’ a gesti -il modo si trova- e mi hanno raccontato da dove vengono, alcuni anche qualcosa della loro famiglia. Altri sono qui da più tempo e l’italiano lo parlano quasi del tutto. Poi ho scoperto che Aamir ha la passione come me per i supereroi e che anche lui ama Spiderman! Non mi divertivo così da tanto.

Li saluto e vado a cercare Andrea. Lo ritrovo più o meno dove lo avevo lasciato e quando mi vede fa una brutta faccia di disapprovazione, con un’occhiata che l’ultima volta ho ricevuto per lo stesso motivo da mio padre alla festa di mio cugino. Ops. Torno a seguire con lui e la ragazza il giro del Centro. Ci mostra gli alloggi dei ragazzi, che a dire la verità sono un po’ piccolini: mi chiedo dove tengano tutte la loro roba, le valigie, i vestiti, i giocattoli… Poi passiamo per gli “uffici per l’identificazione” e vicino a dei laboratori strani, come quelli dei film, e guardiamo solo attraverso il vetro perché non si può entrare: dice che si tratta del primo soccorso per i migranti ma anche l’ambulatorio per eventuali esami successivi. Saranno tipo quelli del sangue, io li ho fatti e mi faceva proprio impressione vedere il sangue salire da quel tubicino! Infine giungiamo nella zona più bella, quella vicino al mare! È proprio da lì che arrivano tutti, infatti ci sono tendoni giganti vicino con tanti camioncini della Croce Rossa, come quelli su cui ci han fatto salire l’anno scorso a scuola! Ci sono davvero tante persone per lo spazio che c’è, ma soprattutto, c’è tanto movimento, e ci sono tanti colori. Il rosso della Croce Rossa e l’azzurro dei volontari del centro, che corrono di qua e di là; ci sono le magliette ognuna di un colore diverso e un po’ strappate, dei ragazzi della mia età che fanno giocare i più piccoli o sistemano le loro cose tutti soli, bambine con vestiti bianchi o grigi gettate con la testa nelle braccia sui loro lettini o inginocchiate verso la direzione del mare col capo chino farfugliando qualcosa; ci sono le stranissime fantasie gialle, verdi, rosa, rosse, blu dei copricapi e dei larghi abiti delle donne con i loro bambini, tenerissimi, che dormono, giocano o piangono. Alcuni poi entrano, altri escono, altri ancora spostano cose, alcuni parlano al vento in lingue incomprensibili, altri lo fanno tra di loro, altri coi volontari cercando si capirsi a gesti. E così da tanti suoni così diversi si genera una sorta di musica e dalle persone una sorta di arcobaleno unico, dove nero, bianco, caffelatte, cioccolatino e rosso, blu, verde giallo e chi ne ha più ne metta, si mischiano continuamente tutti vicini, come nel mio disordinato astuccio dei pennarelli. È bello.

Quando usciamo chiedo a Elisa dove andranno tutte queste persone, se incontrerò qualcuno dei ragazzi a scuola magari l’anno prossimo. «Macchè… le pratiche sono lunghissime, anche per i bambini, povera gente… Devono imparare l’italiano e studiare i loro diritti, doveri e le norme della legge italiana, come è giusto, e svolgono con noi anche attività lavorative per l’integrazione, solo che anche quando sarebbero pronti per iniziare una nuova vita in realtà sono bloccati qui o inviati in un altro centro ancora. I Centri di Smistamento sono in crisi… I Comuni che accolgono sono sempre meno, le parrocchie e i posti disponibili anche… l’Europa figurarsi, sembra che a volte la parola “accoglienza” non sia scritta nei loro dizionari.» Alza gli occhi al cielo e scuote la testa, mi sembra un po’ stressata. Andrea annuisce alle sue parole guardando in basso, e ogni tanto guarda l’orologio. «Ma scusi qui ci sono tantissime persone, non basta questo Centro?» fa una risata un po’ strana e poi mi spiega: «le persone che vedi qui non sono nemmeno un centesimo delle persone accolte, delle persone fuggite, che hanno bisogno di aiuto. Ma la maggior parte ormai è prassi che venga accolta dai CAS, -originariamente nati, come dice il nome, come Centri di Accoglienza Straordinaria, e che funzionano molto similmente agli SPRAR, l’unica differenza è che non tutti di quelli sono gestiti da enti no-profit come i nostri… dicevo, che ormai la maggior parte viene accolta e permane, anche a lungo a volte, nei CAS, un po’ perché il numero di chi arriva è sempre maggiore, un po’ perchè noi siamo sempre più pieni, un po’ forse anche per altri motivi… Comunque sì, è lì che troverai molta più gente.» «Ho capito grazie mille Elisa! Ma… ci sono CAS anche qui a Lampedusa?» «No Ministro, il più vicino è in Sicilia.» Mi giro verso Andrea e gli sorrido. Sono sicuro abbia già capito tutto, perché sgrana gli occhi e inclina a destra il capo: ormai riconosco il suo sguardo-rimprovero! Salutiamo Elisa e la ringraziamo per le sue disponibilità e cortesia, poi ci dirigiamo nuovamente verso l’aeroporto. Si riparte!

Quando giungiamo veniamo accolti da Giacomo, sulla quarantina, in giacca e cravatta. Il copione è lo circa lo stesso di ieri, in effetti i due Centri sono molto simili, solo che qui ci sono più edifici e meno tende, e tante persone vivono già in appartamenti, lavorano la terra, ricevono biciclette e si ingegnano per aggiustarle quando rotte. Come Elisa anche lui è gentilissimo, e così gli altri del centro, dalle maestre ai contadini. I ragazzi sono più sorridenti e da quanto ho capito hanno più libertà, escono anche dal Centro: i loro appartamenti sono nella zona e a volte vanno a lavorare per quelli con cui hanno precedentemente fatto attività per l’integrazione. È interessante. Quando Giacomo ci congeda però non sono soddisfatto: stavolta non ho parlato con le persone che vivono nel Centro. Quindi propongo ad Andrea di cercare uno degli appartamenti dove vivono e andarci. Questa volta è d’accordo anche lui, e la cosa mi sorprende molto.

 

«Ecco forse quella!» «Mmm, non credo proprio signore, quella è una villetta.» «Esatto! È grande, colorata e carinissima.» «Appunto. Temo cerchiamo qualcosa di diverso.» Non capisco. «Questa è più probabile. Dai scendiamo qui.» Si tratta di una palazzina tutta rossiccia, molto alta e squadrata, sarà un condominio ecco. Saliamo e bussiamo a una delle porte. Ci apre una donna con una bimba in braccio, ci chiede chi siamo. «Salve. Siamo il Min-» «Buongiorno signora! Sono Tino, e lui è Andrea. Possiamo entrare? Come sta?» La vedo un po’ confusa, forse non parla bene l’italiano? «C-cosa volete?» «Niente signora! Solo parlare un po’! Vive da sola?» e come glielo chiedo sbucano dalla stanza accanto delle ragazze, che ci guardano in modo strano. Le saluto. Intanto mi guardo intorno: ci sono solo tre stanze; una è la cucina, piccolissima, e nelle altre due ci sono coperte ovunque, alcune su dei letti, altre a terra. In totale ce ne saranno una decina. Su un paio ci sono due bambini sui 6-7 anni. «Da dove viene?» «Libia.» «È stata al CAS?» «Sì, sei mese.» «Quanto tempo! Ma non state stretti qui? È piccolissima questa casa! Però scusi potrei andare in b-aspetti, dov’è il bagno?» «Bagno è comune. Stesso per tutti. È giù.» «Posso?» «Certo.» Quando usciamo dalla porta per imboccare le scale esce un bambino circa della mia età dalla porta di fronte e resta lì a guardarci scendere mentre altri coetanei giungono e sbirciano da dietro di lui. Quando arriviamo giù faccio fatica a riconoscere i bagni: non sono veri bagni! Sono sporchissimi, c’è un sacco di terra e credo anche pipì in alcuni punti, non c’è la tazza e ci sono dei secchi d’acqua accanto. Io qui non ce la faccio a farla, piuttosto mi scoppierà la vescica! «Ma signora come fate a vivere così?» «No abbiamo altra possibilità. O questo o niente.» «Ma come, mi scusi basta comprare una casa bella, tipo quella viletta qui vicino» «No semplice. Noi no abbiamo nulla. No soldi.» «Io posso darvi qualcosa, così potete comprarvi la casa! I miei mi danno sempre cinque euro a fine settimana, posso darli a voi» sorride, ma non capisco perché. «No bastano cinque euro, nemmeno quindice o trente. Noi prendiamo da CAS pocket-money: due, a volte uno, euro cinquante, e i ragazi lavorano in campi ma soldi non basta mai. Difficili anche comprare cibo. Noi conserviamo soldi ma non bastano e nessuno prende noi per lavoro. E bambini piccoli non posiamo lasciare solo.» È molto triste, si vede che non sta bene. Però non ho capito una cosa «Ma scusi signora, come fate a non avere soldi se i ragazzi lavorano?» «Lavorano molto, ma pagano molto poco. Ma no abbiamo altra possibilità.» Continuo a non capire, se lavorano li pagano, hanno un po’ di soldini e possono comprare le cose. Mmm… «Mi dispiace tanto signora, questo non è giusto.» Mi sorride affettuosamente «La vita non è giusta filiolo».

Ora cerchiamo uno dei campi dove lavorano i ragazzi, anche Andrea, di nuovo, vuole vedere. «Sapevo che di prassi lavorassero, come primo impiego all’uscita dai CAS, nei campi di pomodori. Però dovrebbe essere un lavoro regolare, per orario e stipendio. Quindi voglio verificare concretamente che avvenga: o la signora mente e bruciano in qualche modo il denaro, o c’è qualcos-qualcos’altro- che non va in questo sistema.» Lo vedo molto più pensieroso del solito. «due e cinquanta di trentacinque» continua a ripetere dal nulla durante il viaggio, chissà che intende. «Bene, inizia a vedersi un po’ di campagna, dovremmo esserci.» Parcheggia e scendiamo.

È un vigneto. E ci sono i ragazzi. Ci dirigiamo subito verso di loro. «Ciao!» ci salutano. Ci chiedono chi siamo e noi ci presentiamo. Poi si presentano loro: Raamiz e Awàd, sembrano giovanissimi. Lavorano ognuno su uno dei due filari vicini e paralleli. Gli chiediamo di raccontarci un po’ della loro attività. «Sì noi lavorato a Centro, con signor Antonio, sapete, per le ativittà di integrezione, così quando ci hanno asegnato apartamento lui ci ha asunto per lavoro vero.» «Sì, ora tolliamo grappoli in ecesso, taliamo cime dai rami, controliamo acini-» «-sostituiamo pianta se malata, sistemiamo tereno, teniamo pulito, tra poco inizieremo raccoliere…” «Accidenti che lavoraccio ragazzi!» «Sì è un poco faticoso ora. I campi sono molto più grande di queli che curavamo nel Centro, e guadaniamo comunque pochi soldi.» «Vero, iniziamo a cinque di mattino, poi lavoriamo fino a pomerigio tardi. Oto, nove, diece a volte, ore, e paga dodice, quindice euro. Non bastano per tutti in casa, ma è unica scelta che abiamo.» «Però a pranzo Antonio ci dà pani duro buono.» «Ci sono altri ragazzi come voi che lavorano qui?» «Sisi, siamo oto in tuto, altri solo da quela parte, e da quela.» Awad indica col dito nella loro direzione. «Bene ragazzi per noi è ora di andare. Grazie mille e buon lavoro!» «Grazie amico, giao!»

Cerchiamo Antonio, appena lo vedo nel casale lo saluto e gli chiedo perché non paga il giusto i ragazzi. È un po’ in difficoltà nel rispondermi, io mi dileguo subito dicendogli che è cattivo perché le persone sono tutte uguali e lui invece se ne approfitta. Egoista antipatico e ingiusto! Poverini. Me ne vado via tutto arrabbiato. Questi adulti non capiscono proprio niente.

Ora, l’ultimo posto in cui vorrei andare è il paese, e parlare con la gente che vive qui. Perciò tornati verso il centro scendiamo e facciamo un giro a piedi. Camminiamo un po’. A un certo punto vedo un parco: non resisto. «Ti prego Andrea solo cinque minuti! Solo l’altalena!» non ci vado da secoli. Non aspetto nemmeno la sua risposta e corro in mezzo agli alberi, salto sull’altalena e inizio a godermi il vento fra i capelli, il senso di libertà, il profumo della natura, il fruscio delle foglie. Non c’è proprio nessuno, a parte dietro quella quercia seminascosti…due ragazzi… sì due. Uno dei due potrebbe benissimo essere Raamiz o Awàd. Si scambiano delle… pastiglie? Saranno per il mal di testa. E giocano con la farina? Che strana cosa! «Ministro, andiamo via da qui.» Ferma l’altalena, mi avvicina coprendomi le spalle con un braccio, abbassa il capo e cammina velocemente. «Nooo, Andrea perché? Dai solo cinque minuti!» non mi risponde e procede spedito. Ogni tanto è misterioso come tipo. Giungiamo in centro. Il paesino è molto vecchio e piccolo: così sono le case, i bar e la gente che ho incrociato finora. Sa molto di casa. Nella vietta adiacente a quello che credo essere l’oratorio, vedo una signora sulla cinquantina stendere meccanicamente i panni, con il volto rabbuiato, la fronte aggrottata e impegnata in una sorta di borbottio. Decido che lei sarà il mio obiettivo, se è arrabbiata ci sarà qualche problema e magari è importante e possiamo risolverlo. «Salve signora! Sono Tino, e lui è Andrea! Siamo in visita qui a-» «Qui?» dice sorpresa, con una voce molto da cornacchia devo dire, interrompendo la sua attività «Qui?? A Mazzarrone??» il suo accento è marcatissimo. «Sì, stavamo esplorando le aree più rurali della Sicilia e i suoi Centri di accoglienza per i migranti.» Risponde Andrea. Lo sguardo della donna si riduce a due fessure, tira un po’ indietro la testa, ci squadra e poi fa: «Ma che, della Finanza siete?» «Nono signora, siamo solo in visita per delle ricerche. Volevamo conoscere anche il paese e la sua gente per avere un quadro più chiaro della situazione.»  «Ecche quadro volete? Si vive.» Gli risponde. Poi prosegue «Si lavora per tirare avanti, ci sono un sacco di cose da pagare e intanto veniamo invasi sempre di più da quei criminali. Ecco, questo è il quadro.» Sembra molto arrabbiata, intanto ha ripreso a stendere meccanicamente i panni. «Posso offrirvi qualcosa intanto? Preparo un caffè. Dai entrate belli, entrate.» Accettiamo volentieri. Ci accoglie in casa, ci invita ad accomodarci e prepara il caffè per lei e Andrea. «Allora cosa volete sapere? Come posso aiutarvi? Comunque mi chiamo Maria» «Piacere Maria. In realtà non abbiamo domande specifiche signora, credo il Min- ehm, il signor Martino sia interessato a sapere quali difficoltà o problemi percepisce.» «Quali problemi? Uuua!» esclama facendo un ampio movimento con le braccia. «Da quale volete che cominci?» chiede retoricamente «I soldi non bastano mai signori, e nemmeno con la salute il buon Dio è sempre gentile. Mia madre è ammalata e le cure costano, a volte anche care. Col sistema sanitario bisogna aspettare secoli senza le conoscenze giuste -capite cosa intendo- e i privati lo sanno, e chiedono fior di quattrini. E il vaccino per mia figlia grande? Le pastiglie di mio marito? E poi non vuole pagare lo sport al bambino e fargli la festa di compleanno? E i regali di cortesia alla vicina? E le bollette, il mutuo e le tasse? E non c’è il tempo di pensare a niente! La testa è sempre occupata!» «Mi dispiace per la sua mamma signora. Ma non guarda mai la tv per rilassarti?» «Sì ogni tanto, quei programmi della D’Urso, robe disimpegnate di quel tipo lì… s’immagina a doversi impegnare pure per guardare la tele? Nossignore.» «Quindi lei non sa cosa accade di questi giorni? Non legge le notizie?» «Ma si, le leggo su Facebook, mi tengo informata. Non posso mica perdermi Harry e Meghan che vogliono smettere di essere reali: resto fuori dal mondo se no! Che ppure lì, Signuri mì, ‘n s’apprezza mai nente! Fossero cresciuti come noi poveracci non farebbero tutte quelle scene!» «Mh sì capisco il suo punto di vista signora.» È Andrea a rispondere, continua a sorprendermi, vedo che questo nuovo metodo di studio inizia a piacergli! «Ma scusi, della Brexit non lo sa? Ormai è confermata: 31 gennaio.» «Sì, ho letto, ho letto… Uscisse pure l’Italia!!! Non fa che schiacciarci questa Europa, fa solo gli interessi dei grossi. Poi facile, accollando tutta questa gente all’Italia. Tutti qua sì, vi presento i fessi di turno! Come se non avessimo già pochi soldi per noi! Trentacinque euro, trentacinque! Ogni giorno per ognuno di loro. E ha idea di quanti ce ne sono? Io non un euro gli darei a questi criminali! Che se ne tornino a casa loro!» «Ma no signora cosa dice? Come criminali, non abbia pregiudizi! Non sono mica tutti uguali! Alcuni sono brave persone, altri no, ma come gli italiani in fondo… e l’Europa signora, ecco non è colpa sua…sono alcuni Stati che sono un po’, chiusi ecco…» «Intanto questi è a noi poveracci che rubano il lavoro e i soldi. Ah io a mio figlio ce lo dico sempre, “non giocare con quei ragazzini lí, che poi Dio solo sa su che strade ti portano”, ma niente da fare. Quando si tratta di tirare calci a nu pallone si perd ‘a test: sempre co’ quelli, sempre co’ quelli mi va a giocare quella peste. Io capisco che sia solo un bambino, ma non le vede le differenze? Ah, mi fa disperare!». Nemmeno io vedo differenze. Tutte queste cose brutte che la signora dice non le capisco. «Ma scusi lei almeno li conosce gli amici di suo figlio per dire che sono persone cattive? Ci ha mai parlato?» «Beh no, io, ecco, ‘n ci parlo co’ quella gente» «Be’ signora, forse dovrebbe». Si crea una breve pausa e io approfitto del silenzio per tagliare il discorso, ringraziarla e salutarla.

È ora di partire per tornare a Roma. Durante il viaggio io e Andrea parliamo molto: ora che abbiamo studiato i problemi che ci sono Italia, acquisendoli senza filtri direttamente dalle persone, è tempo di pensare a qualche soluzione. Ho capito che gli italiani che se la prendono coi migranti devono essere i più poveri, perché a un ricco non frega niente dei soldi che prendono queste persone, che poi sono pochissimi e non bastano neanche a loro… Bisognerebbe dividere i soldi fra tutti forse? O forse fare pagare di meno cose? «Non è così semplice Ministro. Però forse posso farle notare un paio di cose: ha notato che la signora parlava di “trentacinque” euro “intascati dai migranti”» «Sì…» «E ricorda quanto denaro ha detto di ricevere la signora dell’appartamento?» «Due e cinquanta.» «Beccato. E cosa lamentava all’inizio la signora Maria?» «Le cure per la madre da pagare care mi pare.» «Esatto. Ma ricorda perché doveva pagarle care? Perché per averle in tempi utili è costretta a rivolgersi ad un privato dato che nel regolare sistema sanitario pare non essere possibile.» «Non capisco Andrea, cosa importa tutto ciò?» «Importa eccome. Sono la base di alcune falle del sistema. Noti: la signora odia i migranti perché “sa” informazioni in realtà errate e perché la macchina burocratica e amministrativa del Paese, ospedali nel suo caso, è corrotta. E l’odio per i migranti provocato da questi fattori, scaturisce in automatica chiusura verso tutti e sfiducia anche nell’Europa.» «Andrea ma tu sei un genio. Quindi basta riparare le radici. Basta dare a tutti le informazioni precise come sono nella realtà, senza condizionamenti, e combattere la corruz- aspetta, mi avevi giá parlato di questa cosa una volta.» Mi metto a pensare qualche secondo e mi viene subito in mente: «Ma certo quando parlavamo delle tensioni in Europa, e del debito pubblico in Italia; le persone corruttibili perché egoiste! Ancora!» «Centro Ministro.» «Quindi è semplice la faccenda: dobbiamo far avere alle persone le vere storie delle persone, ai grandi e ai bambini, come le abbiamo avute noi. E dobbiamo insegnare a tutti a essere buoni e giusti ecco! Così funziona tutto e si vive bene e niente può portare a odiare qualcun altro.»

Accidenti, non me lo ricordavo così grande. Ora che ho visto tanta povertà e difficoltà però mi sento in colpa a lavorare in tanto sfarzo. Non sono per nulla diverso dai bambini della palazzina. Non è giusto che qui ci siano così belle, non servono a niente. Che strani gli adulti. Chiederò ad Andrea l'indirizzo della palazzina e invierò loro qualcosa di prezioso che c'è qua dentro, così che possano venderlo e avere dei bagni veri, e lo stesso alla signora Maria, così potrà pagare le cure per sua madre. Anzi chiederò a tutti quelli che hanno tante cose preziose di inviarne una a chi ha bisogno. Così iniziamo anche a combattere l'egoismo. Racconteremo loro le storie che abbiamo visto e sentito, sicuramente smuoverà anche un loro un po' di umanità. Sicuro, è impossibile che diano più importanza alle cose che alle persone, insegnano all'asilo che gli amici sono più preziosi delle macchinine!

Sto lavorando alla realizzazione di queste cose prima di pensare al resto, quando ricevo una telefonata: «Ministro, ministro, è convocato un Consiglio dei Ministri di urgenza. Lo richiede il Ministro dell'Interno: vorrebbe dei consigli da lei e dagli altri Ministri prima di procedere su una linea specifica. È convocata per le 4.»

«Ciao colleghi, tutto bene?» «Sì Ministro, Lei? Come è andato il suo viaggio?» «Benissimo! Credo sarebbe utile a tutti voi recarsi fra la gente prima di affrontare un qualsiasi problema. Comunque, qual è dunque l'argomento della riunione?» «Ebbene signori, è stato individuato nelle acque internazionali un barcone con a bordo, secondo una stima, circa 110 persone. Personalmente, dalle informazioni che possiedo in qualità di Ministro dell’Interno e dall’esperienza in loco riportataci dal nostro Premier, ritengo sia arrivato il momento di dire, basta, chiudere i porti e fare in modo che tornino indietro, o che diventino quantomeno problema di qualcun altro. Prima di procedere volevo però un parere complessivo del Consiglio, in quanto ognuno con la sua specifica area di competenza può certamente aggiungere rilevanti considerazioni alle mie. Grazie dell’attenzione.» Interviene Paolo, il Ministro quello lì dei soldi: «Sono totalmente d’accordo Ministro Bonetti. L’Italia non ha oggettivamente le risorse per mantenere un tale crescente numero di abitanti. Il costo delle infrastrutture, del personale, della burocrazia, delle stesse risorse strettamente necessarie, il rafforzamento delle forze dell’ordine -criminali-, contribuiscono nel complesso ad una spesa pubblica molto più ingente di quanto lo Stato possa sostenere nelle condizioni di deficit del debito pubblico, disoccupazione, evasione fiscale e quant’altro, che attraversa da tempo. Non abbiamo né denaro né risorse per tutti, e se dobbiamo scegliere, prima gli italiani. Quindi sì, chiudiamo i porti e poniamo fine a questa beneficienza gratuita che l’Italia si ritrova a fare.» «Scusate signori, ma se non li aiutiamo noi chi li fa scendere da lì?» «Non sarebbe più un problema nostro. Forse Malta, forse tornerebbero indietro, o forse nessuno. Sì, potrebbe essere per loro pericoloso, ma ripeto, non sarebbe più un problema nostro, dobbiamo dire basta.» «Ma mi scusi che sta dicendo? E se i bambini soffrono il mal di mare e poi stanno male e vomitano o hanno paura? O se di notte fa freddo? E se ci sono gli squali e loro devono restare lí fuori e poi se li mangiano?» «Gli squali, gli squali!» Ride sotto i baffi «Ministro, Ministro, gli squali non ci sono, queste terre sono nostre, i soldi che abbiamo anche e vanno tutelati per lasciarli a questo Paese. «Mi scusi, ma a me la mamma ha sempre detto che il mondo è di tutti e che siamo tutti fratelli nella stessa casa. Tipo quando hai la tua stanza in casa e tua sorella ti rompe le scatole continuando a bussare: sì è camera tua ma è anche casa sua e se continua a bussare forse le serve qualcosa -alla mia servivano sempre le matite per esempio, le perdeva sempre e le davo le mie che erano belle e un sacco appuntite!-. Ministro, se ha due matite, sarà più felice di condividere la seconda con sua sorella mi creda: così se ne ha solo una farà più attenzione e le farà una punta migliore e che duri di più, mentre se ne ha due magari un po’ calca e la spreca, o le cade e si rompe senza che se ne preoccupi più di tanto. Serve a tutti condividere le proprie matite.» Mi guardano in parecchi in modo strano. «Ma quali matite signor Ministro, qui sono i soldi che mancano!» «Sì esatto!» ora è la Ministra degli Esteri, la signora Romilda Savoldi, a parlare «E non mancherebbero se l’Europa facesse un po’ del suo mestiere anziché abbandonarci a far le balie a tutta quella gente! Se ci inviasse più risorse e ci appoggiasse economicamente! Una proliferazione di vuote belle parole e un mucchio di falsità: ecco cosa fa!» «Come falsità Ministra? Insomma, l’Unione Europea nasce anche nel contesto delle Nazioni Unite, da cui vengono tutte le organizzazioni che promuovono la pace, la solidarietà, la cultura e la fratellanza. Lo so bene perché l’ho appena studiato signora. A me non sembra falsa un’Unione che aderisce con forza e attenzione a queste organizzazioni che vogliono solo aiutare tutte le persone e garantire a tutte una buona vita.» «Sì certo Ministro, forse l’Unione di Bruxelles vi aderisce, quella che partecipa alle Assemblee dell’Onu e chiede “espressamente -citando l’articolo 21 del TUE (Trattato sull’Unione Europea)- il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale”, proclamando pace, solidarietà, uguaglianza, e tutte quelle altre belle parole. Ma nei fatti, gli Stati che pure vi aderiscono in teoria, se ne fregano! Niente di illegale, eppure riescono a tutelare i propri interessi senza alcuno scrupolo. Fessi noi italiani che ancora non lo facciamo! Siamo abbandonati, lasciati soli a tentare di difendere quei diritti, poi ci si sente muover la critica che non ci sentiamo più “europei”: per forza! Dove finiscono il “sogno europeo” e tutte le sue belle parole quando la Germania chiude le sue frontiere, quando la Dan-» «Ministra, Ministra: scusi se la interrompo. Che ne dice di sospendere qui il Consiglio e proseguire esattamente da dove l’ho interrotta a Bruxelles? Andrea, richiediamo lì un Consiglio straordinario.» Andrea mi guarda con gli occhi sgranati, e stavolta anche gli altri Ministri. Si genera anche un forte brusio di sottofondo. «Ma sì signori: tutte queste cose dobbiamo dirle ai diretti interessati, o non si risolverà mai nulla! Dai, chi è con me?».

Non ho idea di cosa Andrea abbia fatto per ottenere il Consiglio ma stiamo partendo. Si tratterà di una “riunione anomala del Consiglio dell’Unione Europea” convocata da me per risolvere “questioni d’urgenza”. Direi che ricomporre il sentimento europeo in un momento di difficoltà come questo si possa definire così. Quando arrivo, accompagnato da Andrea e Romilda, veniamo assaliti da giornalisti e folla, gli sorrido e poi corro verso la porta gigante del Palazzo Europa (che fantasia questi grandi). Quando entrano anche gli altri Andrea mi guarda con disapprovazione, ma proseguiamo subito verso la sala dove si terrà il Consiglio. I Ministri dei vari Paesi si salutano, si stringono la mano, fanno foto insieme per i giornali. Quando ci sediamo uno di loro inizia un’introduzione lunghissima di cui capisco solo la metà delle parole anche con il traduttore all’orecchio, quasi mi addormento: dai andiamo dritti al sodo! «Signori! Non perdiamoci in cance! Allora, ho convocato questo Consiglio straordinario perché ho visto che in Italia abbiamo un sacco di problemi: ci sono povertà e odio e io non voglio che la gente si odi. Sia dal popolo sia i miei compagni dicevano che un pochino è colpa dell’Europa che ci ha un po’ abbandonati e allora ho pensato che fosse il caso di parlarne direttamente con tutti voi.» «Mais Ministv, a noi non impovta pas que ce que succede en Italì, sans offesà. Cosa c’entva l’Euvopa con i vostvi pvoblemi?» Stavo per rispondere quando Romilda, decisamente arrabbiata, inizia con gli occhi sgranati: «Cosa c’entra l’Europa??? Avete idea di quanto sia in difficoltà l’Italia ad accogliere quei migranti? Sono migliaia e le risorse non ci bastano! Tra un po’ nemmeno lo spazio! Abbiamo ricevuto tante pressioni negli ultimi anni, così come Spagna e Grecia, per essere Paesi di sbarco e noi “certo”, poi verranno smistati anche nel resto dell’Europa comunque quindi prestiamoci volentieri alle spese di accoglienza, primo soccorso e infrastrutture. Tanto impegno, tanto denaro, e poi quali sono le risposte? “Francia reintroduce i controlli!” “Croazia chiude le frontiere!” o ancora “K. Iohannis, Romania: Mettere le quote obbligarie di ricollocamenti non appare una buona soluzione” “La Serbia non intende accogliere gli immigrati che l’Ungheria respingerà”. Tutti, tutti così: Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia. Questa non è Europa è pensare solo ai propri interessi! Casualità che siano proprio Grecia, Spagna e Italia i Paesi più economicamente in difficoltà in Europa? Lasciati indietro, isolati, svantaggiati, dalla stessa Europa che tanto si fa bella di giustizia e uguaglianza!» «Sì, è vero! Il nostro Stato è fallito anche per colpa vostra! Finanziamenti a favoritismo! “Lo spread di qua” “il rating di là”! E noi dovremmo collaborare per il “sogno europeo”? Questo “sogno” è solo un giro di soldi per poteri forti!» «Come si permete! Germania ha sudato con unghie e con i denti sua forza economica! Nesun giro di soldi ilecito!» Poi hanno iniziato ad attaccarsi tutti tra di loro e non ci ho capito più nulla. Non erano più gli adulti con tailleur o giacca e cravatta che si stringevano la mano con finti sorrisi: erano cani che si abbaiavano addosso senza minimamente ascoltare l’altro. Era come un turbine rumorosissimo intorno a me di cui riuscivo a comprendere solo parole sconnesse. Le più frequenti sono state “sì ma tu”, “siete voi che”, “le risorse”, “il denaro pubblico”, “gli interessi”, “i soldi”. Soldi, soldi, soldi. Ogni volta che sento parlare i grandi è sempre una questione di soldi: la povertà, le cose da pagare, le risorse, i debiti. Tutto le tensioni fra gli Stati vengono da lì, l’egoismo e il pensare solo ai propri interessi anche a danno degli altri. «Signori! Signori!» niente da fare, non mi sentono neanche. Riprovo. Niente. Allora decido di lanciare un grido, magari così mi ascoltano e la smettono di urlarsi contro inutilmente. «Ooooooooh!!!»: silenzio. Che bello, ha funzionato! «Signori, grazie. Non vi accorgete che continuate a parlare solo di soldi? Soldi di qua e soldi di là? Siete così concentrati su essi che non vi ascoltate nemmeno quando parlate. Tutte le tensioni che ci sono tra gli Stati vengono da lì: da dannate questioni di soldi. Tutto l’egoismo che esercitate come Stato e che trasmettete ai vostri cittadini, viene tutto da lì! Vi concentrate su cose sbagliate. Come pensate di far vivere il sogno europeo se dietro tutte le formalità che mettete nelle riunioni ci sono astio, odio e mero egoismo? Devo ricordarvi il significato dell’organizzazione sotto il nome della quale ci riuniamo oggi: Unione Europea. Unione. Non può esservi unione dove egoismo e mancanza di dialogo. Non serve tanto per saperlo signori: basta ricordare ciò che si studia. Appena ho avuto l’incarico ho studiato una pila infinita di libri, su tutte le questioni -che ho preferito studiare anche dal vivo- e sull’Europa, quindi ho ben fresco tutto ciò che la riguarda. L’Unione è “un’unione forte e coesa di Stati, che lavorano sempre insieme e in dialogo: prima solo sulle questioni economiche, per le quali è nata, poi anche per il progresso scientifico, per diminuire le differenze socioeconomiche, e soprattutto per la pace, il sostegno, economico e non, la solidarietà, la fratellanza.” Vedete: “lavorano insieme e in dialogo”. Non formalità e cose non dette, tensioni, cose nascoste e discussioni senza confronto. E poi, perché se l’Unione si è evoluta andando oltre le questioni economiche voi non riuscite a farlo?» si sono zittiti tutti. Proseguo. «L’Ue, miei cari signori, ha scritto una Carta dei Diritti Fondamentali. Ecco me li sono appuntati qua, me li porto sempre dietro per non dimenticarli mai.» Tiro fuori un foglietto stropicciato ma scritto in corsivo perfetto: «Ehm ehm. Dignità, Libertà, Uguaglianza, Solidarietà, Cittadinanza, Giustizia. Non vi state preoccupando di nessuna di queste cose! Io ho visto tanta gente odiare, soffrire ingiustamente, non libera di andare dove vorrebbe, costretta a vivere nello schifo. Vi preoccupate dei soldi, solo soldi. Ma le persone? L’Europa non è uno Stato, ma è tutti gli Stati. E gli Stati sono persone. Grandi, vecchi e bambini. Ma non vi ho sentito nominare nessuna di queste parole nei vostri super discorsi. Coi soldi puoi comprare un pallone per giocare a calcio ma se non hai nessuno con cui usarlo non ti serve a niente. Come potete mettere tutte queste cose di soldi, risorse e roba varia, prima delle persone?» «Be’…ecco…» Non parla più nessuno. Io una risposta la vorrei, davvero. «Fate un giro signori, senza cerimonie e senza telecamere, tra la gente e vedrete quello che ho visto io: persone che soffrono, perché voi giocate al monopoly e alle belle frasette! Accogliete chi ha bisogno di aiuto, signori, solidarietà. Il mondo è di tutti. L’Unione è stata creata per ricordarci che per vivere bene, bisogna vivere insieme, uniti. Una volta una persona di cui mi fido molto mi ha detto che l’Unione europea è come una bella fanciulla. Una ragazza bellissima le cui parti del corpo sono gli Stati. Lei è tutte le parti del corpo e se tutte funzionano bene lei riesce a vivere alla perfezione e ad essere felice, invece se una si ammala o non funziona bene, la fanciulla starà male, s’indebolirà, e di questo ne risentiranno anche tutte le altre parti. Questo vuol dire che l’isolamento, il capriccio, i problemi, di ognuno, sono di tutti e che quindi bisogna sempre lavorare insieme, uniti, per far star bene la fanciulla, per realizzare il sogno europeo. Ma poi, signori miei, Ministri, Presidenti: la prima cosa che insegnano alle elementari quando ci sono da fare lavori di gruppo è “l’unione fa la forza”, come nel cartone di Nemo. Perché sembra che voi adulti lo abbiate dimenticato? Probabilmente dovreste restare sempre un po’ bambini nel vostro cuore, e collaborare sempre, perché l’Unione, fa la forza.»

Il sogno europeo

Michela Lardo

Annaspo e cerco disperatamente col capo di respirare aria pulita, eppure nonostante tutti i miei sforzi continuo ad avere sulle labbra il sapore del sale. L’acqua piano piano riempie i miei polmoni tanto da soffocare. Guardando tremante di paura quell’onda maestosa lancio al cielo un ultimo assordante urlo e lentamente, solo in mezzo a tanti, abbandono per sempre questo mondo.

Mi presento: sono Matteo, sono Sara, Alessia, Josè, Martin, Quentin, Jamie …

No, non vi sto prendendo in giro e non sono confuso, o perlomeno, non del tutto. Ritengo che il modo migliore per descrivermi sia quello di paragonarmi a un viaggiatore, a un pellegrino che che esplora il mondo accolto calorosamente da coloro che incontra sulla sua strada. Sono tutto e sono niente, ho vissuto mille vite e allo stesso tempo non ne ho mai vissuta una. Mi hanno chiamato in mille modi e amato in altrettanti, ma nessuno mi ha realmente conosciuto. Appartengo al genere umano? Si e no. Ho un’anima, uno spirito a cui però non è stato mai affidato un corpo. Ogni giorno, mi ospita nella sua quotidianità una persona diversa, stessa età ma con proprie esperienze e modi unici di vivere.

Non so perché io sia così, semplicemente sono nato in questo modo. Da bambino questa situazione mi aveva confuso e destabilizzato poiché ogni giorno mi guardavo allo specchio e mutavo aspetto, tanto da far fatica a riconoscere il vero me stesso, a capire chi io fossi davvero, infatti, a volte ero un ragazzo, altre una ragazza, ogni tanto avevo la pelle scura, altre la pelle chiara. Crescendo ho imparato ad accettare ciò che realmente sono. La mia vita è sia una maledizione che una meravigliosa avventura. Come potrei descrivere la mia routine? La mattina mi sveglio nel corpo di una persona, vivo la giornata come la vivrebbe lei, mi corico a letto e mi addormento pronto a intraprendere una nuovo viaggio. Non scelgo chi “impossessare”, ma è il destino che decide al posto mio. In questa apparente confusione, esistono delle costanti: esploro la realtà di persone coetanee che in qualche modo sono venute a contatto tra di loro in quella giornata, che si conoscono o pur non sapendolo si sono sfiorate e hanno timidamente incrociato i loro sguardi. Cresco con loro. Colui o colei, che mi “ospita” il giorno dopo il mio passaggio non si ricorda nulla di quello che è successo, come se fosse caduto in un sonno profondo per ventiquattro ore. Ho il dovere morale di rispettare la persona che mi ha accolto, stando lontano dai guai e dalle decisioni che metterebbero a repentaglio la sua salute.

Qualcuno potrebbe ritenere che vivere come faccio io sia drammatico, poiché sono consapevole che, nonostante sia circondato da molta gente e amato da altrettanta, io in realtà sia solo e sfortunato, e, dato che conduco una vita instabile, nego a me stesso la possibilità di instaurare legami profondi con qualcuno, qualcosa o di prendere decisioni e scelte proprie, eppure, nonostante ciò, ho avuto l’opportunità di esplorare il mondo ed emozionarmi in infiniti modi diversi.

Si, mi ritengo fortunato. Sono cresciuto in Italia in un ambiente caloroso e accogliente venendo a contatto con la storia e le tradizioni di quel meraviglioso paese. Se il cibo ha conquistato una parte del mio cuore, il resto lo hanno preso i “miei” numerosi nonni. Loro infatti, seppur all’apparenza chiusi e un po’ scorbutici sono stati capaci di lasciarmi senza parole mentre ascoltavo attentamente le loro storie. Qualcuno è un alpino, altri sono partigiani, c’è chi ha vissuto la guerra e chi ha combattuto da sempre per i propri diritti o quelli altrui. Indipendentemente dal ruolo che hanno svolto nella loro vita, indipendentemente da quello che sono stati, mi hanno trasmesso la forza e il coraggio di sognare. Mi hanno fatto capire che in alcuni contesti è giusto ribellarsi e permettere a sé stessi di raggiungere la felicità. Questo messaggio traspare soprattutto dalla storia dei genitori di Renata Colorni, madre di Francesco. I nonni materni di Francesco infatti, Ernesto Colorni e Ursula Hirschmann, mossi da un profondo amore e giusti ideali, hanno avuto la forza di combattere contro il buio e totalitario regime del fascismo, hanno messo a repentaglio la propria vita insieme a personaggi del calibro di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi per dare, scrivendo e diffondendo il “Manifesto di Ventotene”, la possibilità di nascere a ciò che oggi chiamiamo Unione Europea. Hanno gettato le basi per quella che forse è una tra le istituzioni internazionali più stabile, basata su principi di solidarietà, amore e capace di proteggere i diritti umani e di rispettare ogni tipo persona. Eppure, nonostante questa realtà sia all’apparenza così bella e rosea, non viene percepita e compresa correttamente dalla mia generazione. Mi sono accorto vivendo la vita di semplici persone come Viviana, Marco, Juan …, provenienti da vari paesi europei che non sempre ci si rende conto di quanto si sia fortunati. È difficile capirlo, se il caso ti ha dato l’opportunità di vivere una vita stabile e agiata. Molto spesso infatti si è inconsapevoli di come funziona il mondo, esso appare piccolo e limitato al proprio paesino, alla propria città o alla propria regione. È difficile immaginare una realtà che vada al di fuori di tutto questo, che rompa le pareti che abbiamo costruito intorno a noi, infatti, ciò di cui parla la politica, ciò che viene raccontato dalla cronaca è spesso vago e focalizzato solo su quello che ci circonda. Così, egoisticamente evitiamo di aiutare altri ad affrontare problemi lontani dai nostri…ma si, tanto cosa ci interessa se la foresta Amazzonica sta pian piano scomparendo o se da un mese e mezzo l’Australia va a fuoco, tanto l’importante è che noi siamo protetti.In questo nuovo mondo in cui tutto è così collegato, dove si può comunicare in tempo reale con una persona lontana migliaia di chilometri, allontaniamo tutto quello che veramente ci è vicino e che dovrebbe assumere realmente importanza; dall’altra parte però è ingiusto omologare i ragazzi d’oggi ritenendoli tutti dei “buoni a nulla” e incapaci di lottare per ciò che vale la pena difendere. Un giorno ho avuto l’onore di vivere la vita di Pasquale, ragazzo napoletano, che a soli diciassette anni ha fondato una associazione di volontariato con lo scopo di ripulire le spiagge della terra dei fuochi. Lui era consapevole di essere solo un piccolo ingranaggio appartenente a un sistema ormai a pezzi, ma aveva ancora la voglia di mettersi in gioco, cambiare attraverso piccoli gesti il proprio futuro e quello altrui, nonostante tutto e nonostante tutti. La stessa determinazione brucia nell'anima di Ylenia, che dopo essere stata stuprata durante una festa, si batte per il diritti femminili e per tutte le vittime che hanno vissuto quel tipo di abuso. Emanuele invece si sente incompreso nel suo piccolo paesino abruzzese e sogna di abbandonare per sempre la sua terra esplorando nuovi stati e superando confini, così prendendo quell’aereo per la Germania la sua vita è cambiata completamente e con la sua, la mia. Mentre guardavo il cielo attraverso gli occhi di Emanuele, molteplici emozioni hanno invaso il mio cuore, percepivo la speranza del ragazzo di vivere una bella esperienza, soffocata però dalla paura di non essere all’altezza degli altri e di dimenticare sé stesso e le proprie origini dalle quali voleva inizialmente fuggire. Io provavo emozioni analoghe, tuffarsi nell’ignoto è bello ma allo stesso tempo pericoloso, poiché non si è consapevoli di cosa si potrebbe incontrare, eppure, chi non accetta di rischiare nella vita non può dire che abbia vissuto veramente. La decisione di Emanuele, ha cambiato il mio modo di vedere il mondo, grazie a lui ho avuto l’opportunità di immergermi nelle storie di numerosi ragazzi provenienti da varie parti d’Europa. Essi hanno avuto l’opportunità di vivere momentaneamente in un paese straniero grazie al progetto delle ”Erasmus”, un programma di mobilità studentesca dell'Unione europea che permette ai giovani di studiare per un periodo di tempo in un’università straniera. Grazie a ciò si possono abbattere le barriere e i pregiudizi che dividono le persone, avvicinando le loro menti e i loro cuori. Il mondo pian piano sta diventando sempre più cosmopolita e gli uomini sono innamorati del “diverso” tanto che i concetti di “razza” ed “etnia” stanno lentamente scomparendo. Se un tempo l’idea di popolo era analoga a quello di nazione, oggi è impossibile descrivere solo a parole, ancor più immaginare, una realtà organizzata in questo modo.Purtroppo peró, a causa di pregiudizi,delle proprie radici culturali o di personali esperienze, esistono persone che ne discriminano altre o coltivano subconsciamente rancore nei loro confronti. Kristen, ragazza tedesca di Berlino, non vuole ammetterlo a sé stessa ma, inconsapevolmente, ha paura di ritrovarsi da sola in luoghi circondata da uomini dalla “pelle scura” tanto da rimanere incredula quando, una sera, è stata salvata da uno straniero da un'aggressione da parte di un suo compaesano. Io stesso osservando il mondo sotto molteplici punti di vista ho sperimentato l’ipocrisia che pervade la mente umana. Molti individui, giovani, sono spaventati dal “ diverso”. Ciò non significa che siano persone malvagie o razzisti, ma semplicemente non sono state educate ad apprezzare tutto ciò che ci circonda. Seppur sia impossibile condurre una vita totalmente priva di pregiudizi, è necessario che i vari Paesi investano nella scuola e nell’educazione delle generazioni future. Una nazione che non investe nell’istruzione è una nazione morta. Se le menti degli adulti e degli anziani sono paralizzate da dogmi ormai indistruttibili, si può tentare di plasmare quelle dei ragazzi più giovani. Bisogna renderli consapevoli del loro ruolo nel mondo e dargli la speranza di valere qualcosa e di poter cambiare in meglio la propria storia. È necessario indurli ad alzare il capo e osservare i fenomeni che accadono intorno loro, poiché troppo spesso immersi in questo sistema sociale tutto sembra sia fermo, ma cambiando punto di vista si ha la facoltà di riuscire a percepire il movimento dell’universo. L’Europa è un posto magnifico dove vivere. In questo territorio è nata la civiltà, la storia e discipline come la filosofia o la fisica. Ogni città, ogni paese evoca ricordi di un passato lontano e allo stesso tempo tremendamente vicino a noi. Infatti, la mia generazione e le persone in cui ho avuto il piacere di immedesimarmi sono un miscuglio di tradizioni, diversi backgrounds culturali, pieni di forza e di sogni rivolti al futuro. La lettura di “ieri” è la chiave per un domani migliore, non importa ciò che abbiamo lasciato indietro sia un periodo positivo o drammatico, come ad esempio la prima e la seconda guerra mondiale, poiché si può sempre trarre insegnamento da esso. Sbagliato è l’atteggiamento di sentirsi “arrivati”, credere che nella nostra società tutto vada bene e che non si possa aspirare a qualcosa di meglio. Questo lo sa benissimo Monique, ragazza belga che ha raggiunto anche lei la Germania per studiare. Vivendo una giornata nel suo mondo, ho avuto modo di “conoscerla” intimamente, scoprendo quali sono le sue aspirazioni e insicurezze. L'obiettivo di Monique è quello di entrare in politica, però non ha ancora ben chiaro quale sia il ruolo che voglia svolgere, se lavorare nel proprio Paese o rappresentarlo all’interno di istituzioni internazionali. Ha paura di fallire, ha paura di non essere all’altezza. Ha paura che l’essere donna possa risultare come un fattore a suo svantaggio, perché si sa, in alcuni ambiti le donne sono ancora “svalutate”. Monique non intende che la sua società sia misogina o non riconosca i diritti delle donne, però non può neanche affermare che uomini e donne siano collocati sullo stesso piano. Basterebbe pensare alle ingiustizie, grandi o piccole che siano,che entrambi i sessi subiscono quotidianamente. Osservando alcuni particolari si nota come spesso il genere femminile non sia guardato come quello maschile. Un esempio può essere dato dai rasoi, i rasoi maschili costano meno di quelli femminili, non perché siano diversi ma, quelli femminili sono semplicemente tassati di più. Esiste la cosiddetta “Pink Tax“, tassa che consiste nell’aumento dei prezzi nei prodotti femminili, tanto che, mediamente che a parità di prodotto essi costano mediamente nel mondo il 20/30 % in più rispetto agli omologhi oggetti maschili.Potremmo dire che la Pink Tax è un apostrofo rosa sulla discriminazione tra i sessi. Essa incide anche su oggetti che non esistono in versione maschile, come per esempio gli assorbenti. Gli assorbenti sono considerati “beni di lusso” e l’iva in italia e in molti altri paesi è del 22%, contro il 4% sui rasoi maschili considerati “beni di prima necessità”. In molti ambiti a parità di lavoro le donne sono retribuite il 30% in meno rispetto agli uomini, e, per quanto riguarda l’assicurazione per l’auto costa il 4% di più per le guidatrici. Seppur queste siano magari questioni di poca importanza, sono comunque discriminazioni che esistono e vanno combattute, indipendentemente da dove vengano attuate, che si tratti dell’Italia o della Francia. Qualcuno potrebbe obbiettare dicendo che nella società le donne siano comunque ben integrate. “Le quote rosa, le quote rosa sono dappertutto! Siamo obbligati ad assumervi!”. Se le quote rosa, tanto amate e disprezzate, da una parte sono un vantaggio per le donne, dall’altro non sono altro che la prova star vivendo una società ancora “chiusa” e non completamente integrativa.

Il punto di vista di esponenti di entrambi i sessi è fondamentale per il successo di qualsiasi azienda o associazione politica, eppure è sbagliato assegnare il lavoro a qualcuno che non se lo merita o non ne è all’altezza. Insomma, le quote rosa hanno permesso a molte donne di far valere la loro opinione, di alzare la voce eppure,sono “discriminatorie”,nonostante le loro intenzioni siano completamente opposte. Desidero vivere in un mondo dove le differenze tra uomini e donne, differenze che biologicamente esistono, non siano il criterio per giudicare le idee, il modo di comportarsi o di lavorare dell’individuo che si ha davanti.

Desidero che si ottengano posizioni di prestigio non per soddisfare il “bisogno di eterogeneità” all’interno di un gruppo, ma per premiare coloro che davvero se lo meritano, indipendentemente che sia un lui o una lei. Monique riuscirà mai a diventare ciò che ha sempre sognato di essere? Glielo auguro tanto, le auguro di vivere una vita facendo ciò che ama e combattendo per proteggere i suoi ideali. Se Monique, nonostante il timore, ha la forza di lottare ancora per esaurire i suoi desideri, James invece sembra aver perso totalmente la fiducia nel mondo.James,di origini britanniche, frequenta anche lui l’università di Berlino. Il ragazzo, nonostante abbia avuto la fortuna di nascere in uno tra i Paesi più prosperi e influenti d’Europa, desidera da sempre mettersi in contatto con culture e popoli diversi. James ama viaggiare, il suo desiderio nascosto è quello di visitare ogni angolo della terra, compresi quelli più remoti. Eppure sembra che giorno dopo giorno questo sogno sia sempre più irrealizzabile. Il problema non è spostarsi fisicamente da un luogo a un altro, infatti la tecnologia ha permesso di creare macchine sempre più potenti, treni più veloci e aerei in grado di volare sempre più in alto. Nel frattempo però, tutti, inconsapevolmente alziamo delle barriere. Muri immaginari che dividono nazioni da altre nazioni, popoli con popoli e barricano le menti delle persone, rendendole sempre più chiuse e, di conseguenza, meno inclusive.James osserva con occhio critico tutto ciò che gli sta attorno. Grande studioso, la sua curiosità lo ha spinto ad analizzare come è composta la società e come gli uomini si mettono a contatto tra di loro. Il suo interesse si è manifestato soprattutto durante l’approfondimento della storia d’Europa, così si è accorto del processo che ha reso possibile viaggiare al giorno d’oggi tra i paesi che ne fanno parte. Il 14 giugno 1985, ben trentacinque anni fa, Francia e Germania firmano un accordo nella piccola cittadina di Schengen col fine di eliminare progressivamente i controlli alle frontiere e permettere di attraversare più facilmente i vari paesi. Questi accordi hanno permesso quindi l’abolizione dei controlli sistematici ai confini, rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen, collaborazione con la polizia, coordinamento degli stati nella lotta contro la criminalità e integrazione delle banche dati poliziesche. Sebbene oggi sia dato tutto per scontato, solo pochi decenni fa lavorare all’estero o studiarci, come ha fatto Emanuele o lo stesso James, non era semplice come al giorno d’oggi. Eppure c’è qualcosa che non va, qualcosa, seppur impercettibilmente, sta cambiando. Numerosi stati membri hanno deciso di ridefinire le loro politiche in materia di gestione delle frontiere, rinunciando di fatto a una politica comunitaria europea in tema di migrazioni e accoglienza. In questi mesi l’Europa sta giocando una nuova partita, che rischia di metterla di fronte alla sua stessa sconfitta. Sta ridisegnando di nuovo i suoi confini, stabilendo ancora una volta chi può stare dentro, essere in qualche modo europeo o accolto da essa, e chi deve starne fuori. È possibile quindi paragonare l’Europa a una fortezza. Un esempio lampante è costituito dal muro che l’Ungheria ha fatto costruire al confine con la Serbia, al fine di evitare il passaggio dei migranti che fuggono dalle guerre. Un muro, un muro vero, un muro “fisico” e non solo figurativo, composto dai mattoni e dall’ipocrisia delle persone. Solo perché non siamo a conoscenza di un fatto non significa che esso non esista. L’ipocrisia persuade la mente di quegli stessi uomini che hanno lottato per distruggere il muro di Berlino, pervadendo coloro che vivono sotto la bandiera dell'Unione Europea, vantandosi di essere “buoni”, di essere giusti e magnanimi.

Negli ultimi anni il trattato di Schengen è stato più volte sospeso, spesso in nome della “sicurezza” nazionale, in nome della sicurezza di chi sta “dentro”, non di chi sta “fuori” e umilmente chiede aiuto per sfuggire a quelle minacce da cui si vuole difendere l’Europa. “Minacce” che si traducono in “immigrazione” e problemi che si associano ad esse.Chiudendo le frontiere, si chiude la porta in faccia a coloro che ne hanno bisogno, si impedisce a un padre di dare la possibilità ai suoi figli di essere felici, di vivere davvero e non ridursi solo a sopravvivere. Tra i numerosi stati che hanno deciso di sospendere gli accordi di Schengen spiccano la Francia, la Germania, l’Austria, la Svezia, la Danimarca e la Croazia, paesi che l’opinione pubblica considera tra i più importanti, all’avanguardia, paesi a cui si invidia la qualità della vita, la prosperità, la tecnologia e molto altro…

Per ogni passo avanti ne vengono fatti due indietro. È per questo motivo che io, James e molti altri abbiamo perso la fiducia nel mondo, un mondo che piange durante il giorno della memoria ma che non si rende conti di essere razzista e di star discriminando persone per la loro etnia e provenienza. Ogni progresso, piccolo o grande che sia, viene oscurato dall’egoismo e dalla latente malvagità umana.Tutto questo per cosa? Per mantenere intatta l’economia, per evitare di “sprecare” soldi? I soldi non sono altro che banali pezzi di carta.

Certo essere ricchi è bello, avere una certa stabilità economica ti rende sicuro,assume lo stesso valore di una carezza, dei rapporti e del calore che possono darti altri esseri umani? Aiutare gli altri, difendere la vita, non il denaro, è ciò che permette di essere veramente felici. Non dimentichiamo che noi stessi potremmo avere degli avi che sono sopravvissuti alla guerra, alle persecuzioni soltanto grazie agli aiuti di uomini giusti e buoni. Ognuno nel proprio albero genealogico potrebbe avere parenti che sono migrati in altri paesi per un motivo o per un altro, chissà, lì magari hanno trovato addirittura l’amore che ha permesso generazione dopo generazione di farci vivere. I soldi non devono essere pretesto per dividere, ma anzi devono essere il mezzo per unire e far del bene. Dare a volte è meglio che ricevere. Per far ciò si possono percorrere due strade simili ma diverse: la strada dell’uguaglianza e quella dell’equità. Uguaglianza significa dare a tutti gli stessi identici mezzi e le stesse possibilità. Equità vuol dire permettere alle persone di soddisfare i propri bisogni fornendo i mezzi adatti a ogni singolo individuo. L’equità si manifesta quando per esempio si “agevolano” individui portatori di handicap… fornire loro degli aiuti non significa legittimare gli stessi a “vivere sulle spalle degli altri”, ma permettere loro di condurre una vita dignitosa nonostante le difficoltà. Una realtà in cui ogni soggetto possiede le stesse risorse economiche, gli stessi oggetti o altro, è una realtà utopica, impossibile da raggiungere. Ciò è dovuto probabilmente a causa della fortuna, del destino o in alcuni è semplicemente una questione di meritocrazia. È giusto che chi ha idee geniali, si sforza e si impegna quotidianamente, ottenga un certo tipo di ricompensa. In fondo il mondo è bello perché è vario e se lo deve essere, lo è anche in queste piccole cose. Sbagliata è l’eccessiva polarizzazione della ricchezza, è il privilegiare qualcuno solo perché ha avuto la fortuna di nascere nel luogo giusto al momento giusto. Pertanto è necessario premiare chi se lo merita, ma contemporaneamente bisogna aiutare e dare una possibilità a coloro che non lo hanno. L’Europa e gli stati che la compongono dovrebbero collaborare per difendere le persone, i loro diritti, permettere loro di condurre una vita felice. Cosa sono le varie istituzioni politiche se non uomini il cui più grande desiderio (si spera) sia “semplicemente” quello di rendere la vita migliore ai loro compaesani e a coloro con cui si rapportano quotidianamente? Ridurre il tutto a cause economiche, a una “questione di soldi” significa banalizzare un nobile compito. James, nonostante sia rimasto deluso dalle logiche opportunistiche che si annodano intorno a lui, stringendolo così forte da farlo soffocare, ha deciso di credere per un’ultima volta nell’umanità. Unendo il suo amore per i viaggi e la sua passione per la medicina, carriera che vuole intraprendere in futuro, ha voluto collaborare con una associazione che fa volontariato. Così, un’estate ha lasciato tutto ed è partito per l’Africa e io, nuovamente ho dovuto affrontare un nuovo viaggio. Inizialmente è stata un’esperienza positiva, ho adorato giocare con i bambini, immergermi in una cultura tanto lontana e diversa dalla mia. Aiutare solo per il gusto di farlo coloro che ne avevano bisogno. Vivendo questo attraverso gli occhi degli altri volontari che erano in compagnia di James, mi hanno permesso di vivere in infiniti modi diversi la stessa esperienza. Ciò però è cambiato quando un giorno, mi sono svegliato nel corpo di uno di quei ragazzi che stavamo aiutando. Egli, timido non osava avvicinarsi troppo a coloro che erano andati ad aiutarlo, sarà per vergogna o per altro. Così piano piano, mi sono allontanato da coloro che partecipavano a quel progetto. All’inizio, ho apprezzato cambiare totalmente il mio punto di vista e trovarmi “dall’altra parte della medaglia” , vivere letteralmente immerso questa esotica cultura.

Eppure più passava il tempo e meno mi sentivo a mio agio, non perché fossi africano, ma perché ero passato da una condizione privilegiata a una completamente opposta. Dì giorno in giorno rimbalzavo nelle vite di questi ragazzi “sfortunati” che non erano in grado di capire perché i loro candidi supereroi fossero così ricchi, pieni di denaro e di tutti questi oggetti strani che non avevano mai visto. Passò del tempo e l’associazione torno da dove era partita. Io rimasi li, solo, abbandonato in africa, in una cultura che non mi apparteneva, semplicemente perché il caso aveva scelto ciò. Non passava giorno in cui io non avessi nostalgia di casa. Certo, non ho mai avuto una vera “casa”, eppure mi definisco europeo, prima di essere cittadino del mondo, sono stato cittadino d’Europa. Le molteplici persone con cui sono venuto a contatto nel corso della mia vita mi hanno permesso di crescere e plasmare la mia persona. Io sono questo, sono caucasico e non africano. Non essendo abituato a vivere in una situazione di tale disagio, vivere delle vite precarie, difficili ho deciso per la prima volta di cambiare il corso degli eventi.Tentai disperatamente di raggiungere casa, profondo di instaurare contatti con persone (spesso volontari) europei. I miei sforzi, nonostante ciò si rivelarono inutili. Il tempo scorreva lentamente, più esso passava, più io mi sentivo estenuato e forse un po’ depresso. Ciò che non mi ha permesso di godermi l’esperienza in Africa è la condizione di queste persone, in bilico ogni giorno tra la vita e la morte. Spostandomi di villaggio in villaggio, raggiunsi la Libia. In Libia è in corso dal 2011 una guerra civile. Qui in Libia ho sofferto, ho sofferto parecchio. La paura mi ha costantemente corteggiato e il mio cuore si è frantumato piano piano in seguito osservando giornalmente morire, “parenti”, amici e alcuni ragazzi che io stesso pochi giorni prima ne avevo vissuto la vita. Così presi una decisione, alla prima occasione favorevole sarei dovuto scappare dal paese, non potevo più sopportare di essere travolto da un tale vortice di sofferenza. Un giorno, mi sveglia nel corpo di Aarif. Aarif era un ragazzo forte, robusto. Se all’apparenza sembrava invincibile, dentro di sè era debole, fragile. Era timoroso, spaventato. Ovviamente voleva cambiare la sua condizione, ma non era ancora pronto per partire, l’insicurezza e milioni di dubbi non gli permettevano di trovare il coraggio di scappare da quella città che cadeva a pezzi. So di cosa aveva bisogno, aveva bisogno di me. Per la prima volta decisi quindi di prendere una decisione che avrebbe completamente cambiato sia la mia che la sua vita, tanto ero sicuro che il giorno seguente, incredulo avrebbe gioito di questa scelta. Si lo avrei fatto, avrei intrapreso il viaggio per tornare in Europa, per tornare in quel luogo che si ho criticato, ma che ho anche amato alla follia. Infondo si critica qualcosa o qualcuno, solo quando si prova un forte affetto nei suoi confronti e se ne vuole migliorare la condizione. Così, col cuore in gola scelsi di partire. Mi misi in uno di quei barconi, la situazione non sembrava così tragica. Eravamo in molti, però, dai poteva andare peggio. A notte fonda parto. Durante il giorno il viaggio sembra tranquillo, quasi quasi mi sto divertendo. Galleggiando in mare penso a come la mia vita cambierà, come cambierà quella di Aarif. Come insieme avremo l’opportunità di essere finalmente felici. Purtroppo questi sono solo pensieri. Questi sono solo sogni che non si realizzeranno mai, perché un’onda maledetta travolge il nostro barcone. Siamo in troppi per non affogare. Cerco di nuotare, lotto, mi dimeno. No, non può finire così. No, non posso permettere che accada ciò. Non morirò, non morirò. Ho solo ventitré anni, non è giusto. Non ho scelto io di vivere questa vita, mi è stata solo affidata, io, io non sono questo. Cosa sono io? Non so darmi una risposta, non posso darmi risposta. Sono Monique, Pasquale, Ylenia. Sono Emanuele, sono James, ma sono anche Aamir. Sono un sognatore che crede ancora nella bontà delle persone e in una forza regolatrice nell’universo che permette ai buoni di trionfare. Sono l’intera umanità che affoga sperando disperatamente di raggiungere ciò che le stato strappato brutalmente, dal fato, dal destino. Sono tutto e sono niente. Così col sapore di sale sulle labbra e l’acqua nei polmoni lascio per sempre la vita, con ancora la speranza e il desiderio che infiamma la mia anima di raggiungere, per un’ultima volta, la mia casa, una parte del mio cuore, una parte di me, l’Europa.