1 ottobre 2020 - 19:32

“Sì, VIAGGIARE”
“Un colpo. Un altro. Perfettamente al centro del cranio, da dietro. Sangue. Schizzi, macchie. Grida, urla. Lo vedo crollare, cade davanti a me. Mia madre grida, urla. È caduto davanti a me, improvvisamente privo di sensi, improvvisamente privo di vita. Mi copre gli occhi con la mano e mi sospinge dietro le tende di casa, mi costringe a entrare, fuori infuria l’inferno. Tutt’intorno il caos. Dentro di me solo silenzio. Papà.
Mi sveglio di soprassalto, sudore e tachicardia. Stesso copione da giorni. Però nemmeno di giorno la realtà è molto migliore: nausea, affollamento, trambusto, e che odore! Ormai non distinguo più il marciume dei pesci e quello dei miei compagni. Sto sempre per conto mio e mi mostro a tutti freddo: un vero uomo è impassibile e non ha paura. Fatico ad ammettere persino a me stesso che questo mio comportamento sia solo una corazza per nascondere quanto io sia in verità spaventato. Non vedo l’ora che questo viaggio finisca.”

“«Papà cambia canzoneee! Uh sì la mia preferita, grande papi!» balliamo insieme sulla musica, un ottimo modo per svegliarsi di buon umore e affrontare la giornata. Che barba, non ho voglia di andare a scuola! Oh, la merenda, speriamo di averla, come farò il mio intervallo se no? «Papà hai preso la mia merenda?»
«Ha pensato a tutto la mamma Gian. Ieri ha anche preparato la tua amata crostata alla nutella, e te ne ha incartato una fetta da mangiare oggi insieme alla solita mela.» Wow, sono contentissimo! Riprendiamo a ballonzolare sulle note della canzone e papà mi prende in giro quando faccio per canticchiare perché in effetti sono proprio stonato; ci divertiamo. Vorrei che questo viaggio non finisse tanto in fretta.”

“Attraccare con quella trappola di plastica è stato veramente un dramma, ma devo ringraziare Dio per arrivato sano e salvo. La gente del posto è stata gentile e disponibile con noi, ci hanno accolto con calore; a noi più giovani hanno dato per primi coperte e cibo. Cerco di non darlo a vedere ma sono a pezzi. Fisicamente e mentalmente distrutto. Inoltre mi sento in balia degli eventi, in balia di un futuro incerto e che non riesco a vedere in modo definito. Tuttavia ora, pur non sapendo come sarà, almeno me ne figuro uno. Grazie Dio.
Quasi subito ci fanno identificare, come da procedura, perciò tiro fuori i miei documenti, perfettamente ordinati e impacchettati per resistere al viaggio. Ha pensato a tutto la mamma. A casa la situazione era diventata veramente pericolosa, perciò ha fatto ogni sforzo possibile, finanziario e affettivo, per fare in modo che io partissi. Ha dato tutto per me. Non posso deluderla ora, non posso rendere vani i suoi sacrifici, mi impegnerò al massimo e mi costruirò un ottimo futuro, aggrappato alla speranza che lei stia bene, che quando la rivedrò potrò donarle una vita agiata e sicura. E devo ripetermi tutto ciò ogni giorno per non farmi schiacciare dalla disperazione, dalla mancanza, dal disorientamento; me lo ripeto in continuazione.

Quello che pare essere un dottore mi scuote dalle spalle, mi chiede qualcosa, ma non capisco la sua lingua, è chiaro. Suppongo mi chiedesse se andasse tutto bene, devo essermi completamente estraniato dal mondo esterno mentre pensavo alla mamma, come in una sorta di bolla. Sono esausto. Mi fanno una serie di analisi, mi controllano i parametri principali, ma a parte malnutrizione, accumulo di stanchezza, vecchie cicatrici e nuovi lividi sullo stomaco, non penso abbiano trovato molto. Terminate le visite mi consegnano una sorta di tesserino identificativo mentre copiano i miei dati su un computer e mi congedano con gli altri ragazzi. Una giovane ragazza sulla trentina ci accompagna attraverso tutto il centro. Mi sorprende che parli la nostra lingua. Come leggendomi nel pensiero spiega subito di essere una mediatrice, di aver studiato arabo all'università, oltre alle modalità comunicative da impiegare con ragazzi e con immigrati. Ammetto che i suoi studi sembrano aver dato i loro frutti: è chiara, concisa, gentile e disponibile.
Non faccio nemmeno in tempo a guardarmi intorno quando ci lascia alle nostre stanze, crollo sul primo letto che mi capita a tiro. Un signore mi si avvicina, non so come lo percepisco, mi sveglio prima che possa prendersi le mie cose, mira ai documenti e al denaro, quello che mia madre ha messo da parte a fatica per farmi partire. No, non posso permetterlo, cerco di correre verso una via per far perdere le mie tracce ma mi afferra. Cado. C'è rabbia nei suoi occhi, io mi tengo gelosamente strette le mie cose, arriva un calcio, dritto nello stomaco, un altro, ancora. Devo reagire, ho paura. Mi rialzo, non controllo il mio corpo, le gambe cominciano a muoversi da sole, sento la pancia pulsare, corro, corro, un tunnel, dove finisce? Finisce? Corro, corro. Mi sveglio di soprassalto, sudore e tachicardia.
Mi alzo e utilizzo finalmente il kit di igiene e il vestiario consegnatomi la sera precedente appena arrivati nel centro. Ora sento addosso la freschezza che tanto mi mancava. Oggi ci informano su come usare del denaro che chiamano ‘pocket money’, non è molto, ma ne sono grato; cercherò di utilizzarne il meno possibile per metterne un po’ da parte. Poi ci mostrano le biciclette, con cui possiamo girare a nostro piacimento all’interno del centro e delle aree in cui svagarsi; vedo bambini più piccoli e ragazzi della età che giocano a pallone, paiono spensierati. Mi chiedo se un giorno riuscirò anch’io a smembrarlo. A pranzo siamo tutti riuniti nella mensa, i pasti sono a orari prestabiliti. Pasta, pane e un frutto, quasi non ci credo.
Questo pomeriggio ho frequentato la prima lezione di italiano e sebbene io sia determinatissimo a impararlo il più velocemente possibile mi accorgo già che sarà una dura impresa. Temo sarà dura anche per Carla, la nostra maestra: non tutti i miei compagni paiono disposti a impegnarsi e a voler realmente apprendere, soprattutto quelli arrivati in gruppo e alcuni più grandi. Tuttavia la disponibilità di Carla mi costringe a sorprendermi nuovamente delle persone.

Nei mesi successivi questa è la routine. Ho imparato le frasi basilari in italiano, a presentarmi, a chiedere ciò di cui posso aver bisogno qui al centro, a descrivere alcuni oggetti che ho intorno. Ci hanno anche insegnato quali sono i nostri diritti, soprattutto in quanto minori, e i nostri doveri. Faccio tesoro di entrambi.

Ogni tanto mi sono sforzato di confondermi nella mischia, giocando a pallone con i miei coetanei, ma è stato un errore. Non sono fatto per stare con gli altri. Da quando un mesetto fa sono stato coinvolto in una rissa con i ragazzi più grandi non voglio più svagarmi con altri. Io non, non so cosa mi fosse preso, quando mi hanno provocato con quegli insensati pretesti, ‘siamo più grandi, leva il culo da qua, tu e i tuoi amichetti stronzi’, ‘su stronzo chiama la mammà, ho tentato di ignorarli, di controllarmi, ma la reazione è scaturita come se non fossi più io padrone del mio corpo ma la rabbia. E da quello coinvolti tutti, fino a quando non sono intervenuti quelli del centro a separarci. Io non voglio essere così, non voglio farmi coinvolgere da quel genere di gente che non prende niente sul serio o sta in brutti giri, non mi interessa. Non mi fido di loro. E a quanto pare non posso fidarmi nemmeno di me stesso. Non sono fatto per stare con gli altri.”

“Oggi penso andrò dalla mamma al centro: ho finito di studiare e ho voglia di giocare un po’ a pallone ma i miei amici mi hanno dato buca, perciò mi aggregherò a Said, Arsa, Omar e gli altri come faccio piuttosto spesso in realtà. Quando vado non la rifiutano mai una partita insieme, siamo amici ormai. Poche cose uniscono i ragazzi come il calcio, a parlarci per ore non avremmo legato tanto.
È da qualche settimana che non riesco a non fare caso al ragazzo solitario. Mi aspetto sempre che da un momento all’altro molli i suoi libri e si alzi dall’angolo a fare due tiri con gli altri. Ma mai niente. Che aspetti che glielo chieda qualcuno? Interrompo la partita e mi avvicino, con un ‘ehi’ e un cenno della testa verso gli altri lo invito a unirsi al gruppo. Alza la testa stranito, intuisco che fosse talmente assorto nella lettura da non avermi sentito arrivare. Declina con un ‘no grazie’ e riabbassa la testa sul testo. Decido di sedermi accanto a lui, «che studi?». Rialza la testa, stavolta pare più infastidito «eh?», «cosa studi?» ripeto. «Matematica» mi risponde secco. Ora noto il plico di fogli colmi di esercizi accanto a lui. Deve essere il ragazzo di cui mi ha parlato la mamma che per le ore libere chiedeva libri di materie supplementari da studiare. Sollevo un po’ la copertina del testo e dò un'occhiata all'edizione, sì, è proprio quello che si era procurata mamma.
«ei» gli faccio «te lo ha dato Carla quello?» «Carla? Come sai?» «È mia mamma». A questo punto percepisco il suo atteggiamento cambiare, sembra meno chiuso: abbozza quasi un sorriso dicendomi «Gentile Carla».’’

“«Come ti chiami?» mi chiede il ragazzo. «Naadir» «Piacere Naadir, io sono Gian.»
si presenta porgendomi la mano; la stringo e prosegue: «Quanti anni hai?» Accidenti ma quante domande fa questo? Perché non mi lascia in pace e basta?
«14» «Sei piú grande di me allora, io 11. Perché non giochi?» «Non sono molto bravo» Beh, quanto meno metto alla prova il mio italiano con questa sua parlantina. C’è un attimo di silenzio, poi riprende «Facciamo un gioco? Io ti insegno una parola in italiano e poi tu una a me in arabo». Questa volta è andato un po’ troppo veloce, ma credo di aver capito cosa intende. Da una parte temo che questo ragazzino si prenderà troppa confidenza, ma dall’altra, che male può fare lasciarsi andare per una volta? Faccio cenno di sì con la testa e lui alza una mano e comincia a muovere l’altra davanti alla pancia, come se stesse suonando.

«Chitarra!» esclama. Ora ho capito come intende procedere: ripeto la parola un paio di volte e Gian inizialmente ride per come la pronuncio, ma se vuole metterla così, ora sarò io a ridere! «Qaythara!» «Chifara?» «No, qaythara!» Già, proprio grosse risate. E molte altre ne sono venute dopo queste. Quando il sole inizia a tramontare Gian mi saluta, e anche io inizio a dirigermi verso la mia stanza.
Sono stato felice oggi, non mi succedeva da tempo.
Questa notte è trascorsa senza incubi, ne sono entusiasta. Alla lezione mattutina di italiano non racconto a Carla di aver conosciuto suo figlio, probabilmente non lo vedrò neanche più tanto, poi non mi piace mostrare niente di me, anche lei è forse l’unica persona di cui mi fido qua dentro. Poche cose uniscono le persone come i libri.
Nel pomeriggio torno al mio angolo seminascosto ma pur sempre sotto il bel sole a studiare. Ero immerso in una complicata espressione quando sento qualcuno chiamarmi: è Gian e sta correndo verso di me! È un tormento quel ragazzino! In realtà tuttavia, sono sorpreso di scoprire che sono contenta che sia venuto. Riprendiamo il gioco di ieri, oggi imparo parole come ‘biscotti’, ‘arrivederci’, ‘coniglio’, e anche ‘accidenti’: Gian la usava ogni volta che provava a pronunciare una parola in arabo!
Ci siamo incontrati nello stesso punto pressocché tutti i giorni, facendo sempre qualcosa di diverso. Un giorno ha portato il suo tablet e abbiamo guardato le macchine, un altro abbiamo fatto compiti insieme, ci siamo insegnati giochi di carte e di dadi a vicenda, abbiamo migliorato la nostra conoscenza della lingua dell’altro. Ho addirittura deciso di svelargli di essere fortissimo a calcio in verità, a casa ci giocavo sempre con gli altri bambini, ho un buon piede. Ed è così che l’ho stracciato a gara di palleggi e gli ho mostrato qualche trucco per migliorare. Poche cose uniscono i ragazzi come il calcio.
Non riesco a crederci nemmeno io ma, forse è vero, ho trovato un amico.”

“Oggi voglio far vedere qualcosa di speciale a Naadir, perciò decido di mostrargli le foto dei posti dove sono stato con mamma e papà e di raccontargli per quanto possibile qualcosa di ogni viaggio. Per prime gli mostro le foto delle grandi città, gli mostro Roma e gli insegno ‘Colosseo’ indicandolo, ‘Torre Eiffel’ sulle foto di Parigi, gli mostro Vienna e i suoi palazzi stupendi. Mi diverte la strana faccia che fa ogni volta che scorro una foto: fa tipo una ‘o’ con la bocca e spalanca gli occhi, poi continua a ripetere ‘nooo bellissimo’ o ‘no credo tu ha stato qua davero”. Quando gli mostro le foto della montagna gli racconto come è fatta la neve e leggo nel suo sguardo curiosità e desiderio di vederla, lo vedo finalmente come un bambino. Infine gli mostro qualche foto in spiaggia, al mare, e lì noto il suo volto rabbuiarsi all’improvviso. «Al mio paese non c’è mare” sussurra. Anche la voce si era fatta malinconica. «Com’è tuo il paese?» gli chiedo. Quando comincia a raccontare il suo sguardo si svuota e un triste sorriso gli spunta sul viso. «Mio paese ha deserto, rocce, è piccolo, ma c’è tutto quelo che ho, la mia familia.»

Da quando abbiamo raccontato alla mamma della nostra forte amicizia ha iniziato a prendersi più cura di lui e informarsi su ciò che lo riguarda; grazie a questo mi ha fatto sapere del suo compleanno oggi, e ho pensato di fargli una sorpresa. Dopo la malinconia nei suoi occhi dell’altra settimana ho capito quanto dovesse mancargli la sua famiglia. Lavorando al centro la mamma mi racconta della nostalgia di alcuni ragazzi, ma mai ne avevo percepito la reale entità. Oggi dunque gli corro incontro con un muffin al cioccolato con una candelina conficcata nel dentro e gli urlo ‘buon compleanno!’. So che non può conoscerne il significato ma sicuramente lo può intuire. Quando mi vede è sorpresissimo, scommettevo che non avrebbe mai immaginato che io lo sapessi. Mi guarda e si scioglie in un abbraccio «grazie, amico» sussurra. Ora sono io quello sorpresissimo: In tutti questi mesi mai aveva accennato un minimo contatto fisico, un minimo gesto esplicito di affetto. Non potrei essere più felice. Gli comunico poi la mia proposta di passare qualche giorno a casa mia: ho paura rifiuti, ma il suo è un ‘sì’ più che convinto.
Ci dirigiamo allora verso la macchina, dove ci aspetta papà. Lui e Naadir si
presentano e poi saliamo in macchina, direzione casa.”

“Saliamo in macchina, direzione casa di Gian. Non riesco ancora a crederci, Gian è davvero un amico. Grazie a lui ho ritrovato la fiducia nel prossimo e il significato della parola amicizia. Gli devo tanto. Forse grazie a lui posso tornare a essere la persona che ero prima di partire, prima di… oh no. Cosa succede? Fatemi scendere! No, non di nuovo, mi manca l’ossigeno, mi sento soffocare! Guardo fuori, sassi e deserto, guardo accanto a me, dov’è Gian? Perché ci sono tutte queste persone? Mi schiacciano! Un capogiro. Un altro. Guardo di nuovo fuori, acqua, non ha fine. Urlo, voglio scendere. Comincio a tremare. C’è odore di morte, ho la nausea, lo stomaco in subbuglio, il cuore a mille, la testa, mi gira, aria, mi serve aria. Ho freddo. Sento le onde avvolgermi, mi sollevano, mi appoggiano a terra, ora è duro sotto di me, sento delle grida. Mi lacrimano gli occhi, tremo, qualcosa mi scuote per le spalle. «Naadir!» Mi sveglio di soprassalto, sudore e tachicardia.
Spalanco gli occhi vedendo finalmente la realtà, seppur appannata: le lacrime sgorgano a fiotti. Mi sento come se tutto il mio passato fosse esondato dagli argini della mia fittizia corazza tutto in una volta sola. Sofferenza, rabbia, stanchezza, mancanza, paura. Non capisco cosa mi sia successo, ho perso il controllo del mio corpo e della mia mente. Aiuto.
«Naadir, hai avuto un attacco di panico.» mi dice il papà di Gian. «A panic attack, Naadir.» ora credo di aver inteso. «Cosa hai visto? Come ti senti?» È difficile rispondere. Sono ancora terribilmente spaventato e non riesco a essere lucido. Cerco di parlare ma i singhiozzi non rendono affatto più semplice la cosa. «Ero sul, sul camion, con cui sono partito da casa, Nigeria. Viaggio su camion lungo, affollato. Manca aria.» Man mano riesco a controllare meglio il respiro e inizio a sputare fuori tutto quello che mi tengo dentro da praticamente un anno. «Vengo da Nigeria nord; lì c’è Boko Haram, che perseguita, spara, uccide. Si sono presi il mio papà, sapete? Stava correndo verso me e la mamma. Due colpi alla testa. È caduto davanti a me, improvvisamente privo di sensi, improvvisamente privo

di vita.» Scoppio nuovamente a piangere e due mi stringono nelle braccia. Riprendo. «Nigeria non è sicura, in Nigeria non c’è futuro. La mamma ha messo via tutto denaro che poteva, così io partivo, e avevo futuro. Io devo studiare, e avere futuro, per la mia mamma, e tornare a prenderla. Darle casa grande, strade sicure. Sono partito con zaino, pochi vestiti, poco cibo. A Niamey uomo cercato di rubarmi documenti e soldi. Mi sono preso calcio in stomaco» e così dicendo mostro loro la contusione mai del tutto guarita «ma sono scappato. Ad Agadez, Libia, dovevo lavorare per sopravvivere senza usare soldi per barcone. Sono stato picchiato da polizia, minacciato con pistola da bambini, e solo per pochi soldi. Poi a Tripoli partenza per Italia. Vedere non è abbastanza per capire come si viaggia su quel gommone, sentire non è abbastanza per capire la paura che hai da quando saluti tua madre, guardi avanti, e non sai cosa vedi.
Credo che non riuscirò mai a viaggiare davvero ancora. Ho visto troppo, ci sono solo confusione e morte.»”

“Mi ha fatto impressione vedere Naadir così, mi ha fatto male ascoltare la sua storia. Mi preoccupa che non riesca, che forse non voglia nemmeno più, viaggiare. «Amico, quello che hai vissuto è orribile, ma non devi darla vinta al tuo passato! Sei la persona più forte che conosca, lo sei stato per tutto questo tempo, nonostante le brutte cose che ti sono successe. Non smettere ora. Tu hai avuto la sfortuna di vedere solo le cose brutte ma il mondo, il mondo è bellissimo. Ricordi le foto che ti ho mostrato? Devi vederlo, devi andare avanti, devi mostrare al tuo passato che non ti ucciderà. Devi farlo per te, per il tuo futuro, per tua mamma. » Non dice nulla, gli luccicano gli occhi. Mi abbraccia, di nuovo,
«Grazie, amico» mi sussurra.
Papà gli dà del cioccolato per recuperare le forze e dopo averlo riaccompagnato alla sua stanza nel centro ed esserci assicurati che ora stesse bene, torniamo a casa.
Il giorno dopo torno a trovarlo, gli chiedo come sta, e gli regalo una versione in inglese dell’Atlante geografico. «Scusa, non avevo la versione ‘broken english’» gli sorrido. La luce che si accende nei suoi occhi mi conferma quello che pensavo: è determinato a riuscire ad accantonare i brutti ricordi e riuscire di nuovo a viaggiare, e non esiste mezzo migliore per lui che un libro. Poche cose uniscono le persone come i libri. Questa volta Naadir non mi abbraccia, è come se avesse accartocciato tutte le sue debolezze e ci avesse fatto canestro in un bidone della spazzatura. Ha scaricato tutto, è una persona nuova, svuotata delle brutte emozioni.
Nelle settimane successive ci vediamo ancora più spesso, il suo italiano è migliorato ancora e mi parla dei posti in cui vuole andare, ‘ma solo dopo la scuola’. Che secchione.
Oggi arriva la felice triste notizia: sono passati più di nove mesi, è giunta l’ora del trasferimento. Passerà un periodo in una comunità e, si spera presto, verrà assegnato ad una famiglia. Ci salutiamo: «Grazie Naadir, per merito tuo sono cresciuto davvero tanto.» «Grazie a te» dice abbracciandomi un’ultima volta

«amico». Ringrazia e saluta i miei e fa per andarsene; «Naadir» lo apostrofa mamma «progetti per il futuro?» «Sì, viaggiare».
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