19 novembre 2019 - 20:48

Cristina Cattaneo, ordinario di medicina legale alla statale di Milano, fa autopsie da anni. Negli ultimi tempo si è dedicata ha fatto diventare il suo lavoro anche un tentativo di restituire dignità a chi non è stato considerato degno finché era vivo. Provare a «farli diventare qualcuno» adesso che non ci sono più. La sua esperienza è contenuta nel libro "Naufraghi senza volto", pubblicato da Raffaello Cortina editore. «Oggi siamo di fronte al più grande disastro umanitario del secondo dopoguerra. Ci sono stati almeno trentamila morti nel Mediterraneo, ma probabilmente sono cinque volte di più, molti dei quali non sono identificati. Ma ci sono solo apatia e inerzia nei confronti di chi ha diritto a vedere i propri morti identificati».

Sono due i naufragi avvenuti nel canale di Sicilia che più di altri hanno segnato il rapporto dell'Italia e dell'Europa con i migranti che provano ad arrivare sulla sponda nord del Mediterraneo: quello del 3 ottobre 2013 e quello del 18 aprile 2015. Quest'ultimo è il più grave incidente marittimo avvenuto dalla fine della seconda guerra mondiale, con i suoi mille morti.

Cristina Cattaneo racconta come è nato il progetto che vuole dare un nome a una parte di quelle vittime. I morti nell'incidente del 2013 furono 366, soprattutto eritrei. Per loro fu avviato per la prima volta in Italia e in Europa un protocollo per l’identificazione delle vittime di un naufragio. Nel naufragio del 2015 furono coinvolte invece soprattutto persone che arrivavano da Mali, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Eritrea, Etiopia, Somalia e Bangladesh. Le loro autopsia diventano la scoperta delle speranze che portavano con sé e dei legami che li avvicinavano comunque al loro luogo d'origine: soldi, immagini sacre, una pagella, un piccolo pugno di terra.

A questo link il video integrale dell'incontro.

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