2 dicembre 2018 - 13:04

Sharon Fera

Premiazione del concorso letterario Straparola

Si è svolta sabato 1° dicembre la premiazione dell'edizione 2018 del concorso letterario "Gianfrancesco Straparola", organizzato dal comune di Caravaggio con la collaborazione del "Corriere della Sera" (nella foto pubblicata dal giornale, la premiazione) e con il patrocinio della regione Lombardia e della provincia di Bergamo.

La sezione giovani è stata vinta da Sharon Fera, studentessa della 4aH. Questo è il suo racconto.

 

«Nick, la camera 613 è tua». È la caporeparto a parlarmi. «Si tratta di una signora di 81 anni che è arrivata qui in preda a insopportabili dolori addominali. Dagli accertamenti è emersa una grave forma di cancro al fegato ampiamente estesa, già al quarto stadio. Esatto, non le resta molto.» aggiunge cupa leggendo il mio dispiacere. «Lucia Testa. Questa è la sua cartella clinica, sai cosa fare. Ah, non è sottoposta a chemioterapie».

Sì, conosco la procedura: mi dirigo subito verso l’austera stanzetta assegnatami sbirciando prima di entrare. Vedo un’anziana signora semisdraiata sul suo lettino, con brizzolati boccoli e degli occhialetti che usa per leggere uno spesso libro rilegato in cuoio, a cui sorride sfogliando le pagine. Varco la soglia e la saluto con un cordiale buongiorno, dopodiché mi presento: «Sono Niccolò, mi prenderò cura di lei qui, la aggiornerò sulle sue condizioni, le porterò i pasti, cambierò le lenzuola, ed essenzialmente, sarò disponibile per qualsiasi sua necessità, basterà premere il pulsante rosso sulla sua destra», concludo indicando l’aggeggio e cercando di sembrare il più affabile possibile.

Con un affaticato movimento della mano toglie gli occhiali e li appoggia insieme al libro sul comodino. «Grazie figliolo, sei gentile». Ora che sono più vicino, scorgo dei profondi occhi blu, scavati in un volto visibilmente provato dal dolore, ma amorevoli e rassicuranti, così come era stata la sua voce. Sto per andarmene quando ne sento di nuovo il suono: «Scommetto che vuoi diventare un grande medico un giorno, uno di quelli veri, non è così giovane?» «Ehm, si», rispondo alla curiosa domanda. «Sono tirocinante qui al San Michele da quando mi sono laureato in medicina lo scorso anno. Spero di diventare un bravo dottore un giorno». Un’immagine riaffiora improvvisamente alla mia memoria. «Mia nonna è morta di tumore quando avevo 17 anni ed ero molto legato a lei; è stato questo episodio che mi ha fatto decidere di voler salvare quante più persone possibile dalle malattie» dico, e i miei occhi si fanno lucidi. Non so perché le ho parlato della nonna Rosa, né perché mi sia venuta in mente così tutto d’un tratto; il suo ricordo, come dotato di volontà propria, é scaturito senza preavviso da quella donna. «Mi dispiace per la tua perdita ragazzo. Però ti ammiro» mi sorride, «per aver fatto di un così spiacevole avvenimento una nobile aspirazione». Sta per aggiungere qualcosa, ma la interrompo ringraziandola e mi congedo dicendo di avere lezione. Ho mentito, in realtà quest’incontro mi ha turbato, e forse volevo solo evitare di ripensare alla nonna. Riavvolgere i momenti passati con lei mi fa male perché non posso più viverne ancora. Ritornerò domani.

Sono le 9 del mattino, ora della colazione. Quando entro nella camera 613, ci sono già i parenti della signora Lucia: adulti tutti preoccupati e due bambini dell’età di 8-9 anni circa che, accanto al suo lettino, sfogliano con lei quel suo libro. Mi chiedo di cosa tratti. Dopo aver salutato i presenti, chiedo alla signora come sta, sapendo che nella notte ha avuto forti dolori, sedati provvisoriamente da farmaci. «Bene figliolo, grazie. Uh, mele! Le mie preferite!». Mi stupisce sempre più la vitalità di questa donna anche nelle gravose condizioni che tanto tenta di celare.

È andata avanti così per giorni, gli aggiornamenti della sua cartella clinica sono sempre peggiori, l’azione del cancro è veloce, senza chemio poi… Tuttavia, quando sotto farmaci aveva momenti di temporanea tranquillità, si è mostrata forte, intraprendendo ogni giorno un discorso con me. Parlare con lei è piacevole, vado a trovarla anche fuori orario dei turni ormai, spesso mi chiede di raccontarle qualcosa della mia vita. Le racconto della ragazza che amo, dell’università, delle mie bravate alle superiori, a cui ride di gusto tossendo ogni tanto per il dolore addominale; mi sento in colpa, ma so che le fa piacere.

C’è confidenza ormai, oggi mi sento di chiederle cosa sia quel libro da cui nemmeno per malattia si è staccata, tanto importante da non separarsene neanche accorrendo all’ospedale. Così, dopo averle servito il pranzo e riso dei suoi commenti sull’immangiabilità dei broccoli, avanzo timidamente la domanda. «Oh, questo figliolo? Questo è il diario della mia vita». Una risposta che decisamente non mi aspettavo. Non capisco. «Vieni, passamelo». Mi avvicino e prelevandolo dal comodino glielo porgo. Dimentica il pasto e lo apre, tutta contenta, sulla prima pagina: “Lucia Maria Testa, nasco a Chiaravalle il 23 luglio 1936. Sono piccola piccola, uno scricciolo, e urlo come una dannata, povera mamma.” Mi fa sorridere. «Ovviamente queste cose le ho scritte proprio appena nata!» scherza. «Durante la guerra, ci andavo a scuola, e il pomeriggio si lavorava, ma avevo deciso di annotare ogni momento sereno, riflessione o sfogo che altrimenti lasciavo alle lacrime. Ogni ricordo, allegro o meno, è comunque parte della vita, è prezioso. Come potremmo distinguere la felicità senza un po’ di tristezza o difficoltà d’altronde? Ho cominciato raccogliendo qualche informazione dai miei genitori e fratelli su quando ero un’infante, e ho continuato con i racconti del presente, così via per tutta la mia vita. Vuoi leggere qualcosa?» «Volentieri». Fa per prendere gli occhiali, ma non voglio che si affatichi cercando di leggere quando posso farlo io. Così prendo il libro, e sfogliando le pagine noto qualche sporadica foto ambientata chiaramente nei primi anni ’40. Ne scelgo una e comincio a leggere ad alta voce i racconti della giovane Lucia, mentre quella accanto a me si distende e si prepara all’ascolto chiudendo gli occhi. «12 maggio 1943. Tonio era uno del gruppo. Sai, il gruppo della contrada, quello che a messa ci si andava insieme, a prendere l’acqua, a vendemmiare, a mietere il grano, ci sia andava insieme. Quello che nella fame, nella paura, ci si stava insieme. Quel gruppo che nonostante la guerra e la miseria è unito, spontaneo, sincero, felice in un certo senso». Queste solidarietà e naturalezza nel dolore comune mi sorprendono. Mi rendo conto che, vivendo meglio, abbiamo disimparato a stare realmente bene con gli altri. Proseguo nella lettura: «Oggi in quel gruppo, Tonio non c’è più. Stava nella casa vicino alla mia lui. La signora Emilia, come d’uso, aveva scavato delle buche, e qui ci metteva gli alimenti, che i tedeschi, maledetti, entrano nelle case, di prepotenza, e rubano. Non ci lasciano neanche quel poco che abbiamo.

Vogliono tutto. Si prendono il nostro poco grano, gli animali, e se li cuociono sui camion. Si prendono il nostro oro, quando ce n’è. Si prendono le nostre ragazze. Betta aveva 15 anni, e se la sono presa perché era bella, maledetti». Sì Lucia, maledetti. «E Tonio come tanti altri, ci si nascondeva in quelle buche, quando c’erano i bombardamenti. Ma oggi, oggi è stato troppo tardi. I fratelli lo vedevano correre al riparo con loro, mi hanno raccontato, le aveva sentite avvicinarsi le bombe Tonio, e si era assicurato che prima tutti loro fossero al sicuro, perché lui, lui era il più grande. Ma non ha corso abbastanza oggi. Tonio era uno del gruppo». Maledetti.

La signora Lucia mi ha promesso un racconto al giorno, oggi le chiedo di parlarmi di momenti più belli. «Oh beh, figliolo, non puoi immaginare che gioia nel ’45, quando gli Americani sono entrati a scuola e hanno distribuito fagioli in scatola, granoturco, formaggini! Che buoni erano! E la guerra, finalmente finita. Negli anni ’50 poi, si stava meglio certo, ma la povertà persisteva. Eppure si era felici sai? Avevi poco, ma non desideravi di più. Era tutto così spontaneo! Grazie agli interventi della Cassa, il mio povero padre ha trovato un lavoro e potuto costruire la nostra casa. Poi dagli anni ’60 è stato tutto in discesa. Il boom economico era esploso in un dinamismo incredibile, palpabile: la gente lavorava, costruiva, comprava. Un periodo magico. Io sono stata assunta in una delle nuove industrie come operaia, svolgevo perfettamente il mio ruolo nella catena di montaggio sai? Ero eccellente!», racconta tutta fiera. «E poi, è lì che ho incontrato Eligio, quella buon’anima di mio marito, che riposi in pace» e fa, così dicendo, il segno della croce. «Oh anche lui era eccellente. E pure galante, gentile, dolce. Mi ha sempre fatto sentire una principessa», ora le brillano gli occhi. «Eravamo due anime gemelle, lo abbiamo capito subito, quando eravamo insieme, tutto il resto spariva, e così è stato sempre, dal primo all’ultimo momento». «Mi dispiace che non sia più con lei signora» «Oh sciocchezze! Lui è sempre con me, figliolo. Qui» dice indicandosi il petto «e qui», portando il dito alla tempia. «Sì, il suo corpo non sarà più qui, ma lui vive in me, nel mio cuore, nella mia memoria. Nel mio amore, nei miei ricordi. Queste due cose figliolo, sono le più preziose che abbiamo, perché nessuno può togliercele. Sono ciò in cui la vita è eterna». Le sue parole sono come luce che improvvisamente mi permette di vedere al buio. Luce che illumina quel sorriso che mi porgeva i cioccolatini di nascosto dalla mamma, che preparava sempre le lasagne al suo nipotino, perché sapeva che le adorava, che si arrabbiava quando sporcavo i mobili della cucina. E io ridevo, come era puntigliosa la nonna! Finalmente non scaccio più il suo ricordo dalla mente. Ho capito che i ricordi non sono fatti per rimpiangere ciò che non può più tornare, al contrario: sono ciò che ti rende felice perché c’è stato. Qualcosa di solo tuo, intoccabile, per sempre.

«Ora sono un po’ stanca figliolo, se non sei ancora stufo di sentire i racconti di una vecchia signora, andrò avanti nei prossimi giorni, un ricordo alla volta». Mi congeda strizzandomi l’occhio. «Non vedo l’ora», le sorrido affettuosamente.

Nei giorni successivi è sempre più debole, parla a fatica, ma riesce lo stesso a mantenere la sua promessa.

Oggi non voglio entrare nella camera 613, cerco di rimandare il più possibile, ma tanto è inutile. Mi avvicino al lettino, e solo ora noto il volto scarno, le profonde occhiaie, lo sguardo stanco e assente, che la vitalità dei suoi racconti aveva celato alla mia vista. Mi guarda, i miei occhi non riescono a nascondere l’amara verità. «È arrivato il mio momento vero? Dimmi quanto mi resta». Abbasso lo sguardo, cupo, e sputo fuori quel numero «24, 24 ore al massimo. Ma non ha paura di morire?» e mosso dalla rabbia le chiedo finalmente il perché di quella scelta: «Perché? Perché si è ostinata a rifiutare la chemio?» «Avanti figliolo, lo sai anche tu a quali sofferenze sarei andata incontro e io a questo punto della mia vita, mi sentivo pronta» mi risponde con la sua solita tranquillità. «Ma avrebbe avuto più speranze! Ci sono tante cose che avrebbe ancora potuto fare. Scommetto che non ha mai visto le Piramidi», «E invece sì». «Però la Statua della Libertà no», «Sì, anche quella. Senti figliolo» sospira «non c’è niente al mondo che io rimpianga, ho fatto tutto il fattibile. Ho girato il mondo, stringendo in ogni luogo sincere amicizie. Guarda quante lettere, messaggi, ricevo ogni giorno. Ho avuto un fantastico marito con cui ho costruito una splendida famiglia. La morte è solo una delle tappe della vita, e la mia è stata bellissima, con i suoi momenti felici e quelli difficili. Io lascio questa Terra contenta, perché so che un raggiante posto mi spetta nelle anime delle persone che ho conosciuto. Continuerò a vivere, qui, e qui». «Cuore e memoria» mormoro. Mi sorride. Con cautela, la abbraccio, e realizzo l’importanza di questo incontro, con questa grande donna che mi ha fatto aprire gli occhi su ciò che conta davvero, che mi ha permesso di guardare con ottimismo al futuro e al passato, di rendere eterno ciò che credevo avere una triste fine: una vita. La vita.

 

11 novembre 2017, Lucia Maria Testa si spegne. Ma Lucia Maria Testa non l’ha data vinta al cancro, no, Lucia Maria Testa continuerà a vivere per sempre, nel mio amore e nei miei ricordi. Nel mio cuore e nella mia memoria. Qui, e qui.